di Barbara Schiavulli

NAHARIYA – “Lo sento che sta bene. Lui è la mia anima gemella e quando le persone si amano come noi, sanno quando uno sta male. Sento che è vivo, ma ho bisogno di sapere che ho ragione”. Trattiene le lacrime Karnit Goldvasser, la moglie di Ehud, uno dei due soldati israeliani che il 12 luglio scorso vennero rapiti sul confine con il Libano. Tre dei loro compagni furono uccisi e di loro d’allora non si sa più nulla. “Due giorni fa era il suo compleanno, ha compiuto 31 anni, avevamo deciso di festeggiarlo insieme perché il mio è solo qualche giorno prima”. Niente auguri per Karnit, niente festa, per lei ogni giorno è uguale all’altro, ogni giorno uno in più lontano da suo marito nell’angoscia di chi non sa dove sia la persona che ama. “Questa è del giorno delle nozze, dieci mesi fa, questa è del nostro viaggio in Nepal – dice Karnit sfogliando un album di fotografie di cui accarezza alcune foto – non puoi immaginare quanto mi manca. Quanto sia difficile affrontare ogni giorno senza sapere che cosa gli stia succedendo”. Potrebbero passare giorni, mesi anche anni. Karnit e Ehud si conoscono da nove anni, da sei vivono insieme e studiano ingegneria ambientale. “Vorrei che chi tiene prigioniero mio marito sapesse che è una persona per bene, che tutto quello che vuole fare è costruire città migliori per la salute della gente. Vorrei che mi dicessero che è vivo. Mi accontenterei di questo”. La famiglia di Ehud ha scritto una lettera presa in consegna dalla Croce Rossa, la procedura in questi casi, è che una volta entrati in contatto con i rapitori, si permetta all’ostaggio di rispondere per provare che sta bene. “Non ci hanno fatto sapere più nulla, viviamo nel buio da 15 lunghi giorni”. Non ha molta voglia, Karnit, di tornare indietro nel tempo, le fa male ripensare a quella terribile mattina del 12 luglio, quando lei preoccupata non ha avuto risposta ad un suo messaggino. “Mi diceva sempre di non agitarmi che il confine non era pericoloso, che da sei anni c’era la pace, che era molto peggio Gaza dove era stato prima”. Quella mattina tentò di chiamarlo non appena seppe dalla televisione che c’era stato un incidente sul confine, poi chiamò tutti gli ospedali del nord, poi si circondò degli amici che cominciavano ad arrivare sentendola in ansia. Infine quattro ore dopo si presentarono alla sua porta un medico militare e due dell’Esercito che con una nota le annunciavano che suo marito era rimasto coinvolto in un agguato dove erano morti 3 soldati e due erano stati rapiti. Due dei caduti erano stati identificati. Ehud o era il terzo morto o uno dei rapiti. “Verso le 11 di sera mi hanno confermato che mio marito era stato sequestrato, e anche se è terribile, mi sono sentita rinascere. Non era morto, il che significava che c’era ancora qualcosa che si poteva fare”. Di certo non immaginava una guerra. Israele ha attaccato il Libano e la paura per la vita di Ehud è diventata insostenibile per tutta la famiglia. “Il governo israeliano ha scatenato una guerra per salvare mio figlio. Credo che stiano facendo il meglio che sia possibile per loro. Con questo non voglio dire che sono d’accordo – dice inserendosi nella conversazione, Shlomo, il padre di Ehud, appoggiando una mano affettuosa sulla spalla di Karnit, per offrirle un attimo di pausa – penso che negoziare sarebbe stato il modo migliore per riportare mio figlio a casa. Vedi, darei la luna agli Hezbollah, pur di riabbracciare mio figlio”. Shlomo, capitano di una nave commerciale, si trovava in Sud Africa con sua moglie. Non vedeva il figlio da dieci mesi. “Non vogliamo che la gente muoia, non vogliamo che né i libanesi né gli israeliani soffrano – dice Karnit – vogliamo solo che questo incubo finisca e che Ehud torni a casa. Non riesco a pensare ad altro. Gli parlo in continuazione, sperando che lui da qualche parte, ovunque sia riesca a sentirmi”. Ogni sera Karnit scrive una lettera a suo marito. Gli racconta tutto quello che le succede intorno, le piccole cose quotidiane che erano abituati a vivere insieme: “Non ti devi preoccupare di nulla, il cane è con me e i gatti sono con la nonna. In casa gira un sacco di gente che non mi lascia mai sola. Lo sai che sei l’uomo della mia vita. Spero che ti trattino bene e che tu abbia abbastanza da mangiare. Pensare a te è l’unica cosa che mi rende forte. Sei la mia energia. Ti aspetto, la tua hotzar (tesoro) per sempre”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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