di Barbara Schiavulli

BIRANIT – “Siamo entrati in Libano per distruggere il più possibile le infrastrutture degli Hezbollah. Per far sì che il governo libanese si assumi le sue responsabilità e che i nostri due soldati tornino a casa”, dice il Generale Shuki Shachar, capo dello Stato Maggiore del Nord nel giardino di una base militare a ridosso del confine. Intorno a lui partono e arrivano razzi, ogni tanto bisogna interrompere al suono delle sirene di allarme che annunciano l’arrivo di un Katiusha finché  smettono di suonare e prendere riparo dietro ad un muretto in attesa che da qualche parte il missile si conficchi nel terreno intorno. Il generale ci sta dicendo diplomaticamente che ormai l’invasione, che nessuno annuncerà mai ufficialmente, è già cominciata. “Ci sono unità all’interno del Libano, vari reparti hanno assicurato delle zone, abbiamo sotto controllo alcuni villaggi del sud, altri invece si stanno infiltrando profondamente”. Per ragioni militari non vuole dire dove sono arrivati i soldati israeliani, comunque non oltre il fiume Lituani ad una ventina di km, né è disposto a dire quanti sono i soldati, ma non nega quando si parla di centinaia. “Non pensiate che non ci preoccupiamo dei civili, per questo motivo da otto giorni chiediamo alla gente di lasciare il sud, in modo da poter operare liberamente. Abbiamo bisogno di uno spazio aperto per colpire gli hezbollah, le loro strutture sono sotterranee, sotto le case e per arrivarci dobbiamo far intervenire l’aviazione, la marina e le truppe di terra. Per il bene della gente abbiamo chiesto loro di andarsene”. Come se fosse semplice ed automatico: un giorno un volantino cade dal cielo e ti ordina di andartene il più presto possibile dalla tua casa. Sarà romantico, ma penso alla storia di una vita rinchiusa tra quattro mura, alle foto, ai nipoti che si sono visti nascere, alla gioia della prima casa, ai mobili nuovi, a quelli vecchi con le macchie di cioccolato del primogenito quando era ancora piccolo. “Le nostre decisioni riguardo alle operazioni si basano sulle informazioni dell’intelligence, sulla situazione generale e su quello che riusciamo a vedere”, spiega il generale, aggiungendo che ci sono feroci combattimenti con la guerriglia Hezbollah. In un’altra base, poco lontano, sempre sul confine, c’è chi, questi combattimenti,  li ha vissuti sulla pelle. Il sergente Ohah, 22 anni, comanda uno dei quattro carrarmati che per primi sono entrati in Libano giovedì scorso. “Era poco prima dell’alba, siamo arrivati nel paese di Marun Ras – che ora è sotto il controllo israeliano – sembrava tutto tranquillo, quando abbiamo sentito un’esplosione fortissima intorno a noi. Il nostro carro armato era stato colpito. Per un attimo non abbiamo capito più nulla, c’era fumo, rumore, e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era di controllare di essere tutto intero”. Stessa reazione per gli altri due compagni, in tutto sono quattro, di carro armato: anche loro erano apposto, nessuna risposta invece dall’artigliere. “Era stato ferito, lo abbiamo trascinato dentro, mentre fuori infuriava la battaglia, gli abbiamo fornito le prime cure e poi lo abbiamo affidato ai medici militari e noi siamo tornati a combattere”. Il mitragliere ferito sta meglio ed è già stato dimesso dall’ospedale. Ma nessuno di loro sembra avere fretta di tornare a combattere. “Siamo rimasti una decina di ore in Libano, fino a quando è stato necessario, è stata dura, una resistenza che io non mi aspettavo”, dice Ohah, che si è sposato un mese fa e due giorni dopo le nozze è dovuto tornare in servizio. “Non è facile per mia moglie, è preoccupata, ma sa che sto facendo il mio lavoro”, dice il giovane militare con una divisa coperta di polvere. La polvere è dappertutto nella base che ospita l’unità dei carro armati, sembra che a loro piaccia la sabbia e ogni volta che si muovono alzano nuvole di polvere che non risparmiano nessuno. Anche qui un continuo di missili che vanno e vengono. Nessuno ormai sembra farci più caso.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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