ECO

di Barbara Schiavulli

YRON (sul confine) – Se non fosse per i carro armati, per i soldati e per l’odore di guerra che si respira nell’aria, la strada che costeggia la frontiera del Libano sarebbe molto suggestiva, con le sue colline, i suoi boschi di montagna, i tornanti che si aprono su altre colline verdeggianti. Da una parte Israele dall’altra il Libano, la differenza neanche si nota. Eppure poche decine di metri separano due popoli in guerra, al di là, nascosti ci sono gli Hezbollah con i loro cunicoli, le loro trappole, i loro razzi e di qua un esercito pronto ad invadere. Per la strada non c’è nessuno, sarebbe bello poter sfrecciare se non si sapesse che qualcuno ci osserva, che una macchina potrebbe essere un succulento piccolo obiettivo. Quindi si corre con i finestrini abbassati, i giubbotti anti proiettile ben stretti, niente cintura se si deve saltare fuori dalla macchina lasciando che il vento e l’odore di bruciato penetri nella gola. I missili cadono qua e là in continuazione, ma in questo punto di Israele, da dove i reparti israeliani entrano ed escono per cercare i covi degli hezbollah, non ci sono case. Solo un bellissimo paesaggio. Anche gli israeliani sparano, i reparti di artiglieria sono in piena attività, e i bum assordanti accompagnano tutto il viaggio che porta al punto, tra Yron e Aviv, in cui i soldati entrano in libano. Due giorni fa, c’è stata una dura battaglia a Maroun Ras, a pochi chilometri all’interno del Libano, i soldati israeliani erano si erano infiltrati per distruggere una postazione Hezbollah, ma quando sono arrivati hanno scoperto che erano attesi. Tre militari israeliani sono morti, 9 sono rimasti feriti, d’altra parte non sapevano cosa avrebbero incontrato. “Il nostro maggior problema è la mancanza di intelligence, non abbiamo contatti buoni all’interno e questo ci causerà molte vittime – ci spiega un tenente colonnello delle forze speciali, che mi chiede di rimanere anonimo – le tecnologie per quanto sofisticate non possono fare tutto il lavoro e questo territorio è impervio, gli Hezbollah in questi sei anni di “pace” non hanno perso tempo, hanno costruito un piccolo mondo sotterraneo, ci sono camere, letti, depositi”. E soprattutto trappole e vie di fuga. Se gli israeliani decideranno di entrare non sarà una passeggiata. “Senza contare che un conto è affrontare un esercito che ha le tue stesse regole, un altro avere a che fare con una guerriglia, per stanarli bisognerà andare casa per casa. Gli hezbollah sono stati addestrati dagli iraniani, sanno quello che fanno”. I carro armati non saranno di grande aiuto, perché non potranno andare molto oltre le strade battute, il terreno è troppo montagnoso. Lo hanno capito subito i feriti di questi giorni, i cui rinforzi a fatica li hanno raggiunti, ora si trovano all’ospedale di Safed, il punto medico più a nord e quello che per primo riceverà vittime se scatterà l’offensiva di terra. “Siamo pronti – ci dice Oscar Embon, il direttore dell’ospedale – stiamo già curando una decina di soldati con ferite lievi e medie, sono sconvolti per i loro compagni caduti”. Per ferite medie, s’intende che uno di loro ha perso tutte e due le gambe. “Se davvero le truppe decidessero di entrare ci aspettiamo molti feriti”, afferma il direttore con una nota di preoccupazione nella voce. Non è dello stesso avviso il Generale Udi Adam, capo del comando del Nord: “Bisogna cambiare il modo di pensare. La vita umana è importante, ma siamo in guerra, e questo significa pagare un prezzo. Conteremo i morti alla fine e piangeremo per loro”. Mette i brividi, ma spiega anche come si può ancora pensare che la guerra sia una soluzione accettabile. La cittadina di Safed è molto carina: nella città vecchia c’è un castello, tanto verde e tanto silenzio. E’ abitata da molti ebrei ultra religiosi perché è la città in cui sono nati alcuni eminenti rabbini. Ma vanta anche, forse non per gli abitanti di Safed, i natali, (quando ancora c’era il mandato britannico), di Abu Mazen, il presidente dell’Autorità Palestinese. Per le strade non c’è nessuno. I negozi sono chiusi, i hotel sono deserti, come in tutto il resto nel nord. Inatteso, su una panchina c’è un vecchietto ripiegato su se stesso che sembra godersi il sole. E’ l’unica nota stonata di una città che si è adeguata alla guerra. “Sono troppo vecchio per rinchiudermi in un rifugio, se devo morire sarà all’aria aperta”, dice brandendo il bastone verso il cielo e imprecando contro il tuono dei missili che partono o arrivano.

Giornalista di guerra e scrittrice

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