di Barbara Schiavulli

KIRYAT YAM – I capelli biondi sciolti le scendono fino alle ginocchia e le coprono la faccia mentre gioca con la soldatessa a costruire un puzzle. Noah ha sei anni e sembra uscita da una pubblicità. Invece, da domenica scorsa è rinchiusa con la sua mamma e 70 altre persone in un rifugio pubblico. Fuori, a Kiryat Yam, una cittadina fantasma nella baia di Haifa, suonano le sirene e piovono missili. La sua casa costruita prima del 1991 non ha una stanza sicura, fatta di cemento con un porta blindata, e quindi è costretta a trascorrere le sue giornale e le sue notti in uno stanzone pieno di giocattoli, di persone che parlano, di bambini che corrono e di altri che cantano. Ci sono soldati che vanno e vengono per assicurarsi che non ci sono problemi e  ci sono mamme annoiate che chiacchierano tra di loro. Da una parte sono ammonticchiati i materassi, da un’altra le provviste, dappertutto i giocattoli, qualche sacchetto con dei vestiti. Fa molto caldo nella pancia della terra, è umido e una pila di bottiglie d’acqua vuote aspetta di essere portata via, ma nessuno lo fa. C’è un cattivo odore di aria stagnata, di persone sudate, di cibo andato a male, ma nessuno sembra accorgersene, forse dopo un po’ ci si abitua, così come ci si abitua a non avere nulla da fare. Non vedo un libro, non vedo una televisione, neanche un giornale, mi chiedo cosa questa gente sappia di quello che sta accadendo fuori. Alle donne glielo raccontano, se hanno voglia i mariti, quando tornano dal lavoro, ai ragazzi quelli più grandi glielo spiegano le soldatesse dell’unità Malshak. Sono specializzate a trattare con i bambini in situazione di crisi. Sono militari che però fanno a capo alla protezione civile, di solito girano nelle scuole per spiegare cosa fare in caso di emergenza. Da un incendio ad un terremoto e ad un attacco missilistico, appunto. Ora però che la crisi si consuma, girano per i rifugi, che nei giorni normali sono centri ricreativi, palestre, e raccolgono richieste. Si siedono per terra con i bimbi e ascoltano le loro domande. “Che cos’è un katiusha?”, dice un bimbo piccolo piccolo di origine russa. “Un missile non tanto grande – gli spiega la soldatessa Tami Gorbich di 20 anni – ma tu non ti devi preoccupare devi stare nella stanza dei giochi e divertirti”. Per i bambini il rifugio è una stanza dei giochi, un po’ come se fossero a scuola, insieme a tutti gli amichetti del quartiere. “Io so perché siamo qua – dice Yelena, 12 anni, e il modo di fare di una ragazzina a cui piace stare al centro dell’attenzione – gli hezbollah hanno rapito i nostri soldati e noi andiamo a riprenderli. E Nasrallah è il loro capo. Ci tirano i missili e noi dobbiamo stare al riparo”. Yelena è tanto bella quanto sveglia, insieme alla sua amica Michal, come al solito a quell’età, sono una spanna avanti ai loro amichetti maschi. “Boh, non lo so perché sono qua, credo che i libanesi ci vogliano conquistare”, dice Baroh, un ragazzino dall’aspetto sudicio di 14 anni in piena crisi adolescenziale. Ma i tuoi genitori non ti spiegano cosa sta succedendo? “Con loro non parlo”. Ma non ti annoi? “Da morire, mi mancano i video giochi e il computer”. Hai paura? “Un po’”. Per fortuna ha un “buon” sostituto ai genitori e alla noia: il telefonino, con cui si apparta per mandare l’ennesimo messaggio agli amici rinchiusi in un altro bunker. Lo lascio nella sua beata ignoranza chiedendoci se a 14 anni un ragazzino non dovrebbe avere un po’ più di presa sul mondo che lo circonda. Forse no, tra soli quattro anni dovrà affrontare tre anni consecutivi di servizio militare obbligatorio, e scoprirà da solo quanto poco possa proteggere quel rifugio da una vita senza pace.   

Giornalista di guerra e scrittrice

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