di Barbara Schiavulli

DAL CONFINE – Che qualcosa non va lo si capisce non appena si raggiunge Tiberiade. Di solito e d’estate è affollata di gente che si riversa sul lago per placare la calura che imprigiona la città. Invece ieri, in giro non c’era nessuno. Tutto chiuso, deserto. Perfino gli alberghi, le grandi catene di lusso, hanno le porte sprangate. Nel silenzio di una città che ha paura, proseguo verso nord, il confine non è lontano, e la guerra incombe nei suoni e negli odori. E’ come se l’aria si facesse più rarefatta e l’odore amaro della polvere da sparo irritasse la gola. Dall’altra parte del confine c’è un paese che brucia mentre di qua, vicino alla gente che si nasconde nei rifugi, ci sono le postazioni da cui partono le granate che colpiscono “obiettivi precisi”, ci dice il colonnello Rafavich, eppure le immagini che arrivano dal libano sono quelle di tanti civili morti. “Gli Hezbollah sono viscidi, si nascondono tra la gente- dice il colonnello – sono padre di quattro figli, non voglio che muoiano civili. Da qui colpiamo, depositi, rifugi, case che abbiamo indicazioni avere bunker sotterranei. Ma colpiamo anche obiettivi mobili, come camion che trasportano postazioni di lancio per i katiusha”. Le informazioni, per lo più, arrivano dai drone, gli aerei telecomandati, che fotografano e raccolgono dati, che poi diventano le coordinate per attaccare. Mi trovo in una radura quasi deserta, ci saranno 40-45 gradi. Si lascia la strada principale, se ne prende un’altra che da una parte è bloccata perché i katiusha degli Hezbollah piovono come non mai. Arriveranno fino a Nazareth uccidendo due fratellini arabi. Poi si segue una strada sterrata che sparisce e rispunta tra le colline di ulivi, fino ad uno spiazzo: ci sono una cinquantina di soldati, quattro obici movibili, una montagna di munizioni ordinate pronte all’uso. Sembrano quasi oggetti innocui, una sorta di opera d’arte da giardino, verdi e gialli. Invece sono granate esplosive, perforanti, ma soprattutto sono letali. Su un lato c’è qualche tenda, bagni chimici, molte provviste e brandine. Anche l’immondizia è tenuta in ordine chiusa in sacchetti di plastica che porteranno via quando i soldati se ne andranno. Per ora sono lì da una settimana. “Non dormo e non mi faccio una doccia da quando sono arrivato”, ci dice Moshe, 21 anni di Tel Aviv, ha l’aria affaticata, la maglietta appiccicata al corpo dal sudore, le mani sporche e la voglia solo di mandare messaggini con il telefonino. “Perché parli solo con il colonnello e non con i soldati, siamo noi che facciamo tutto il lavoro, siamo noi che fatichiamo”. Gli rispondo che il colonnello è autorizzato a parlare, ma non gliene importa perché lui sembra aver voglia anche solo di stare in silenzio in compagnia di qualcuno. Ha l’aspetto di un bambino e invece nelle forze armate deve stare ancora due anni. Mi chiedo se sa che ogni proiettile che viene sparato da qui, potrebbe uccidere qualcuno dall’altra parte che non fa parte di questa guerra, donne, uomini e bambini che hanno lo stesso colore della sua pelle, anche la terra è dello stesso colore rossiccio al di là del confine. Non glielo chiedo, perché conosco già la risposta: “Sono stati loro a cominciare, noi ci eramo ritirati”. Arriva il segnale, la batteria dei quattro cannoni è pronta a colpire. I proiettili sono così veloci che non si vedono nemmeno uscire dalle lingue di metallo, ma il tuono ricorda che la morte è in agguato da qualche parte. Prima un fischio poi un boato che ti toglie il fiato, ti fa battere il cuore più forte, ti entra nella testa e ti stordisce, è il rumore della guerra e non è bello. Poi nell’aria si sente, questa volta forte, l’odore acre della polvere da sparo, impasta la bocca come una medicina cattiva. E’ il sapore della guerra. Nessuno può vedere se il colpo è andato a segno, ma il colonnello ci conferma che la maggior parte centrano il bersaglio. “Non c’è niente come l’artiglieria, questa è la guerra, quando il nemico vede i cannoni puntati contro di sé capisce il messaggio”. Gli si gonfia il petto di orgoglio. Deve essere il fascino della guerra che impregna un soldato. Non trascorre un minuto che un altro obice mobile da 15 millimetri sputa un’altra granata. E il cuore torna a fermarsi. “Sono circa 500 i colpi al giorno”, conferma il paramedico che mi offre dei tappi per le orecchie. E questa è solo una delle tante postazioni montate lungo il confine. Sono qui da una settimana, il calcolo dei colpi lanciati, toglie il fiato. Ma non è una guerra proprio a senso unico, verso di noi tutto intorno piovono i katiusha, lunghe colonne di fumo, per fortuna non conoscono la posizione della piccola base, se un razzo arrivasse qui, sulle munizioni salterebbe tutto. Torna il silenzio dopo una quindicina di colpi, in lontananza giunge l’eco di un’altra battaglia, le truppe israeliane hanno superato il confine, per la prima volta con i carro armati per inseguire un gruppo di militanti Hezbollah che il giorno prima avevano a loro volta attraversato il confine in direzione di Israele. Dei tre che ci avevano provato, non resta nulla, sono stati uccisi subito, e ieri un’unità israeliana è entrata per stanare gli altri. “Sul campo sono rimasti due soldati israeliani e 9 sono rimasti feriti, sappiamo di almeno due hezbollah uccisi”, ci conferma il colonnello, che ci racconta che suo figlio ha una casa in Italia e lo chiama subito per dirgli che sta spiegando la guerra a giornalisti italiani. E’ un momento surreale, sento che da qualche parte, la gente ci muore intorno, ma lui sembra felice di dividere quest’informazione famigliare con noi. Anche questa è guerra.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “La guerra dal Confine

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