da Nazareth Barbara Schiavulli
 

A Nazareth i turisti se ne sono andati. Le strade sono intasate di macchine, ma non è colpa dei pullman traboccanti di pellegrini in visita nella città santa, solo del traffico disordinato dei residenti. Due giorni fa un missile è caduto a pochi chilometri di distanza dalla città araba dove risiede la maggior parte della comunità cattolica arabo-israeliana. La Chiesa della Natività è silenziosa, ancora più vuota senza i visitatori che si inginocchiano davanti agli altari.

“Come biasimarli? La gente ha paura. Ne abbiamo anche noi, non è un momento facile per nessuno”, ci dice Ramiz Jaraisy, il sindaco di Haifa, nascosto dietro la sua scrivania disordinata coperta di carte, documenti e libri. Sulla parete del suo ufficio in Comune troneggia una vecchia foto di Nazareth coperta di neve.

Che ne pensa di quello che sta succedendo, come pensa possa evolversi?

“Intanto dobbiamo chiamarla con il suo nome. Ed è: guerra. E temo che la situazione possa peggiorare. Credo che questa guerra sia stata cercata dal governo israeliano, e badi che dico governo, perché anch’io anche se arabo, sono un israeliano. Il governo aveva bisogno di un pretesto per sbarazzarsi degli Hezbollah e lo ha trovato. Non c’è proporzione in quello che sta accadendo e il Libano sta pagando un prezzo molto alto. La cattura dei soldati poteva essere risolta come tutte le altre volte in cui sono accadute situazioni simili, trattando. Ma questa volta il governo ha voluto esagerare e stanno mettendo tutta la regione in pericolo. Se Sharon fosse ancora primo ministro non avrebbe commesso questo errore. Era un leader discutibile ma che sapeva prendere decisioni e non si preoccupava dell’opinione pubblica”.

Nazareth, sembra una città divisa. La popolazione è araba ma anche israeliana, è solidale con i libanesi, ma rischia di essere colpita dai missili degli Hezbollah. Come si vive cosi?

“Si vive appunto divisi. Le nostre preoccupazioni sono tante in questo momento, cercare di non venire coinvolti nel conflitto e comunque essere israeliani e quindi essere parte di questo Stato. Critichiamo le mosse di Israele, non approviamo il lancio dei missili contro di noi naturalmente, ma sappiamo cosa significa essere palestinesi, perché siamo anche questo e non bisogna dimenticare che tutta la faccenda non si potrà risolvere escludendo quello che sta accadendo anche a Gaza e in Cisgiordania”.

La comunità araba di questa parte della frontiera ha un messaggio per gli Hezbollah?

Questo non è il momento di parlare per noi. Deve intervenire la comunità internazionale. E poi qualora ci fosse qualcosa da dire, non si dovrebbe parlare solo con una parte del problema ma con  entrambi e l’unica cosa che si può chiedere è di agire con responsabilità e di pensare ai civili.

Nazareth si sente sotto tiro?

Non credo che la mia città sia un obiettivo, ma i missili non hanno occhi e questo ci preoccupa. Non avrebbe senso colpirci, ma d’altra parte non ha senso colpire nessuno. Se sosteniamo i civili libanesi, lo facciamo anche per quelli israeliani”.

La città è preparata a sostenere un eventuale pioggia di missili?

Per il momento non abbiamo dovuto sospendere le attività culturali come invece ha fatto Haifa, la vita procede regolarmente, ogni casa ha la sua stanza sicura (una camera in cemento armato, senza finestre e con una porta blindata) come prevede la legge,  purtroppo non abbiamo rifugi pubblici. Ma questo è uno solo dei tanti problemi di discriminazione politica che subiscono le città arabe in Israele”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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