da Nahariya (Galilea del Nord) Barbara Schiavulli

 

La città di Nahariya è un agglomerato di case che si affacciano sul mare. Villette, palazzine, giardinetti e una spiaggia lunga a metà strada tra Haifa e il confine con il Libano ad una sola ventina di chilometri. E’ stata la prima cittadina colpita da missili arrivati dagli Hezbollah. Da diversi giorni le strade sono deserte, i negozi chiusi, le spiagge vuote. I residenti vivono nelle stanze sicure, quelle che ogni casa costruita dal 1991 in poi deve avere e in balia delle sirene che avvertono che un missile è in arrivo. Mahariya non è una città impreparata, i rifugi pubblici restano aperti giorno e notte, la polizia è in massima allerta, ma il gioiello della città e di tutto il paese è l’ospedale della Galilea Occidentale. Da fuori si vede un complesso di edifici molto alti che ufficialmente ospitano 610 letti ma che in emergenza potrebbe averne molti di più, ma l’originalità sta nei suoi sotterranei, sotto, si snoda un altro ospedale a prova di missili, bombe e virus. Solo alla bomba atomica non potrebbe sopravvivere. In stato di allerta quale si trova la città, tutti i malati che potevano tornare a casa sono stati dimessi, gli altri sono stati trasportati di sotto, tra vicoli e corridoi, in enormi stanzoni separati da pareti leggere sulle quali a pennarello sono segnati i reparti. “Il nostro ospedale serve 150 mila residenti la metà dei quali sono arabi”, ci spiega il dottor Moshe Daniel, vice direttore dell’ospedale. Arabi e israeliani sotto lo stesso tetto, uno accanto all’altro nelle corsie, nelle stanze improvvisate, da una parte una Torah, dall’altra un Corano. Boccoli biondi che ricadono da un viso addormentato e sofferente di una russa e accanto una malata velata circondata dalla numerosa famiglia araba. “Negli ultimi 5 giorni sono giunti in ospedale circa 350 persone, solo oggi erano 65, ma solo quindici erano fisicamente feriti, gli altri per lo più, erano sotto shock”, dice Daniel in un italiano quasi perfetto. Chirurgo ortopedico, ha studiato a Pisa: “Siamo l’unico ospedale sotterraneo del paese, abbiamo 450 letti di cui 200 sono pronti in caso di attacco batteriologico, ci sono otto sale operatorie. In due ore l’ospedale underground era pronto con tutti i pazienti trasferiti”. In una sala in terapia intensiva si sta riprendendo lentamente uno dei soldati feriti, (altri tre vennero uccisi, due rapiti), durante l’agguato degli Hezbollah che poi ha innescato l’offensiva israeliana. “Ha subito fratture multiple, delle ustioni, è arrivato in gravi condizioni, ma ce la farà – dice Atzomon Tzur, primario di riabilitazione. Ha mandato sua moglie e i suoi figli ad Haifa ritenendola più sicura – la situazione è molto difficile per tutti, ma il problema esiste e va risolto alla radice. Bisogna combattere Iran e Siria perché non c’è altro modo per proteggerci”. Il vicedirettore Daniel, venne decorato nell’82, per il suo servizio di medico durante la guerra contro il Libano:  “Che ne penso della situazione? Penso che questa guerra non abbia senso, è la prima volta attiviamo questo ospedale sotterraneo e non avremmo voluto doverlo fare mai. Penso che la mia città ora è deserta, che la mia famiglia è in pericolo e soprattutto che la gente soffre, sia gli israeliani che i libanesi”.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “L’unico ospedale sotterraneo a prova di bombe e armi chimiche è già in funzione

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