da Nazareth Barbara Schiavulli

 

La chiesa della Natività a Nazareth è deserta. Nessuno s’inginocchia di fronte agli altari, nessuno si avvicina al centro circolare davanti alla grotta. I turisti e i pellegrini dopo il missile caduto a poca distanza due giorni fa, sono spariti. La città resta vivace con il suo traffico straripante e il suo mercato particolare, ma la paura  e la tensione si legge negli occhi degli abitanti. Dietro la basilica, c’è l’ufficio del vescovo, Monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, nato a Treviso, ma da 46 anni in Israele e Palestina, un esperto e un appassionato della lingua araba e dei suoi affascinanti risvolti filologici. Le sue idee sono precise: questo conflitto non si risolverà fino a quando non verrà risolto il quello israelo palestinese.

Come legge la situazione che si sta sanguinosamente svolgendo in Medio Oriente?

Non bisogna dimenticare il quadro generale, ovvero il conflitto Israelo palestinese. Fino a quando il quadro generale non avrà una risposta seria non ci sarà serenità per nessuno. Bisogna trovare una soluzione di pace e giustizia per due popoli, anche se fino ad ora non si è potuto o non si è voluto trovarla. Riguardo al Libano, non fa altro che complicare quello che già lo è. Il problema è articolato, ma non di può separare il Libano da Gaza o Gaza dalla Cisgiordania. Il ritiro dal Libano è stato un passo necessario, così come quello di Gaza e la vittoria del partito Kadima in Israele, ma questo non basta per intravedere la pace.

I cristiani sono preoccupati, che cosa sta succedendo all’interno della comunità?

Finora nessuna casa religiosa è stata sfiorata dai missili e nessun religioso è stato ferito. I luoghi santi sono indenni. Gli edifici per i pellegrini che ospitiamo sono muniti di camere sicure (una stanza di cemento armato senza finestre con una porta blindata). Abbiamo tutto quello che ci serve per affrontare un’eventuale emergenza. I cristiani locali sono esposti come tutti, anche se essendo arabi non dovrebbero essere un obiettivo, per quale motivo dovrebbero esserlo? Ma non ci sono garanzie perché i missili non sono precisi. Abbiamo preso le nostre precauzioni, il nostro impegno sarà quello di aiutare se ce ne sarà bisogno. D’altra parte è sempre stato quello che la Chiesa ha fatto. Tutte le nostre strutture, tra cui i nostri ospedali sono pronti a soccorrere chiunque venga colpito.

E dal punto di vista psicologico come reagiscono i cristiani della Galilea?

La reazione primaria dei fedeli è quella di cercare una soluzione. La vogliono. Si punta il dito contro le autorità locali e quelle internazionali. E perché non le citiamo? Onu, Stati Uniti, Europa e il Quartetto.

Molti si occupano del problema…

Forse troppi. Non abbiamo più bisogno di altre montagne di documenti e di risoluzioni, ma di risultati. Mi è stato detto da un politico europeo che l’Europa non ha alcuna intenzione di agire o interferire con la politica del Medio Oriente, ma non mi si venga a dire che è giusto. Senza un mediatore esterno è impossibile arrivare alla pace. Le due parti (Israele e Palestina) sono troppo ineguali per arrivare da sole ad una soluzione. L’unico mediatore possibile oggi è Washington, avevamo fiducia nel Quartetto ma ha fallito, le Nazioni Unite non sono equipaggiate o non hanno la volontà. Gli Usa però devono ritrovare credibilità.

Si parla di Hezbollah, di Hamas, di fondamentalismo religioso, siete circondati?

In Israele non si può parlare di estremismo religioso perché è uno stato laico, qui il movimento islamico ha dei limiti che non si possono superare. A noi cristiani piace la laicità di Israele. Ma non pensate che Hamas (Il partito al governo nei territori palestinesi) sia un movimento di intransigenza religiosa, è un’organizzazione politica che usa la religione perché ha necessità di un’ideologia. Non hanno niente a che fare con la rivoluzione islamica in Iran. Certo il fondamentalismo è un problema e bisogna combatterlo. Come? Non scendendo al livello dei fondamentalisti. In questo momento, qui la questione è politica, e per quel che ci riguarda la violenza da entrambe le parti è ingiustificata. E la Chiesa non rimane indifferente di fronte a tanta sofferenza, ho visto persone morire di crepacuore. Quello che vogliamo è un Medio Oriente aperto dove tutti si rispettano, ma strada sarà temo ancora lunga”.

  

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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