da Haifa Barbara Schiavulli

HAIFA – Doveva essere una giornata normale, abbastanza calda da andare in spiaggia per chi poteva permetterselo e al lavoro per tutti gli altri meno fortunati da essere già in vacanza. La paura ad Haifa era latente ma non manifesta, si sapeva che poteva accadere, ma non ci si voleva credere. Invece è successo. Un boato alle 9 del mattino ha paralizzato la città portuale di Israele. Nel giro di poco si è trasformata in un centro deserto. Si sono abbassate le serrande dei negozi, le spiagge si sono svuotate, gli impiegati hanno chiesto ai datori di lavoro di poter tornare a casa dalle proprie famiglie. Haifa era stata colpita da quattro missili, diretti contro il petrolchimico, ma imprecisi come spesso sono, hanno sbagliato direzione. Uno ha centrato il tetto di una rimessa di treni. All’interno del capannone c’erano una trentina di operai, 8 sono morti sul colpo, gli altri sono stati tutti feriti. Il missile di origine siriana, come ci dirà poco dopo il capo della polizia, era imbottito di centinaia di piccole palline di ferro del diametro di pochi millimetri, tanto piccole quanto letali, hanno trafitto chiunque fosse nei paraggi. Immediati i soccorsi, la città è preparata, ci sono 103 rifugi comunali dove la gente che non ne ha uno in casa, può correre a nascondersi. Ci sono continui aggiornamenti alla radio sulla sicurezza, ma un solo consiglio: non uscire. La gente ascolta e per un giorno di ferma, ma la rabbia di non avere pace stravolge le loro vite. “Noi non abbiamo paura di quello che conosciamo, sappiamo che i missili ci possono raggiungere, ma è di tutto quello che non sappiamo che abbiamo paura, degli armamenti che ancora non sappiamo essere in mano degli Hezbollah”, ci dice il Dottor Dani Ilan, che in un tempo molto lontano si chiamava Daniele Ventura originario di Firenze. Il suo italiano è ancora buono, ma non si sente certo un europeo. “Voi non capite, parlate di pace, di trattative, ma con gli estremisti non si può discutere – dice Dani che è stato tutta la vita un uomo di sinistra legato al processo di pace – ci siamo ritirati dal Libano sei anni fa, abbiamo rispettato i confini e cosa abbiamo ottenuto in cambio? E’ ora di porre rimedio al nostro errore. Gli Hezbollah che avrebbero dovuto scomparire una volta finita l’occupazione dell’Onu, non sono stati disarmati dal debole governo libanese e allora dovremo farlo noi”. Il nostro luogo d’incontro nella città portuale con suo fratello, Ghioran e un loro amico, un noto avvocato di Haifa, è intorno ad un tavolino d’epoca in vendita in un mercatino d’antiquariato in uno dei rioni principali della zona araba. Ad Haifa terza città di Israele, ebrei e arabi israeliani convivono da sempre ed entrambi sanno che i missili degli Hezbollah non guardano alla nazionalità, possono colpire chiunque. “Ci sentiamo divisi, io mi sento dilaniato, da una parte rappresento questa città, i suoi cittadini e non voglio che muoiano, dall’altra sono solidale con i libanesi”, dice Whalid Khanis, il vice sindaco arabo. Deserta, impaurita e divisa, Haifa sa di essere in pericolo. “In questo momento il paese si è stretto intorno al primo ministro Olmert, anche se bisogna rendersi conto che tutto è cambiato, il programma per cui è stato letto, il ritiro della Cisgiordania molto difficilmente verrà applicato”, dice Dani, mentre incalza Ghioran: “Ci siamo ritirati da Gaza e il risultato è che ci lanciano missili, ci siamo ritirati dal sud del Libano e ci lanciano missili, per quale motivo dovremmo permettere a quelli in Cisgiordania di bombardarci?”. In Israele dove la politica scorre tra le case come il sangue, per una volta non ci sono differenze, destra e sinistra sono unite. “Sono sempre stato contro a qualsiasi evacuazione, ma ora non è più il momento di cosa è giusto o sbagliato, è il momento di liberarci di un problema poi potremo tornare a discutere”, dice Meir Hoefler, l’amico avvocato. Il municipio è l’unico posto che brulica di gente, consiglieri, amministratori, capi di banca, arriva anche il ministro della difesa Peretz per dire che gli hezbollah saranno colpiti ovunque. L’agitazione si concentra nel palazzo bianco protetto dalla polizia. “L’unico timore sono le eventuali sanzioni della comunità internazionale – ci spiega Shmuel Schacham, del partito Nazionale Religioso – l’Europa non riesce a capire la situazione. Immaginate che roma venga colpita da una pioggia di missili? Vi mettereste a discutere? E con chi? Con i terroristi o con il governo che li ospita?”. Ogni persona che si incontra e in cui si cerca una parola di moderazione, dice che l’Europa non può capire, che la mentalità occidentale non è abituata a dover affrontare la cieca violenza. “Ci saranno tanti funerali domani”, dice la moglie di Hoefler, ma ce ne saranno tanti anche in Libano. Quello che invece gli “orientali”, israeliani o arabi che siano, sembrano non capire è che questa guerra si combatte sulla testa della gente. Che i missili israeliani cadono sulle case di civili libanesi e che quelle degli Hezbollah cadono su quelle degli israeliani. E’ difficile incontrare qualcuno che ancora pensa che la pace sia una soluzione, da una parte e dall’altra, che si chiacchieri con un israeliano o con un palestinese. Haifa piange i suoi morti, si consuma di rabbia, e da qualche parte, insieme a chi scappa, se n’è andata anche la Pace.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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