L’OFFENSIVA IN MEDIORIENTE
Battaglia di dichiarazioni: «Affondata una motovedetta con la stella di David, dispersi quattro marinai. Respinto sbarco a Sidone». La smentita: «Soltanto danni lievi e nessuna vittima»

 

Il leader sfugge alle bombe e rigetta la «tregua» di Olmert. Beirut martellata dagli aerei sotto assedio Gerusalemme detta tre condizioni per il cessate il fuoco, ma avvia nuove operazioni. Colpito il quartier generale degli sciiti, ma la «caccia» è fallita. La risposta: una pioggia di missili. Oltre 60 i morti. In 1.500 tornano a Gaza dall’Egitto: abbattuto il muro di confine

Da Gerusalemme Barbara Schiavulli

Il cerchio si stringe intorno al Libano. Un assedio puntuale, mirato, preciso, come Israele aveva promesso. Volano bombe e volantini che cadono dai caccia israeliani. I primi annunciano i secondi colpiscono, la gente scappa, cerca rifugio, ma nessun posto sembra più sicuro. «Volete la guerra? Siamo pronti», ha detto lo sceicco Hassan Nasrallah, segretario generale del movimento degli Hezbollah scampato ad un bombardamento, insieme alla sua famiglia, della sua casa e dell’attiguo quartier generale del movimento. «Guerra totale, possiamo colpire fin a sud di Haifa», minaccia il leader. La risposta di Israele arriverà durante la notte.
Il primo ministro Ehud Olmert ha già approvato nuove operazioni (secondo la tv dell’Hezbollah, al-Manar sarebbe stato respinto uno sbarco di truppe nei pressi di Sidone) e ha posto tre condizioni per il cessate il fuoco: il rilascio dei due soldati rapiti, la cessazione dei lanci dei razzi verso il nord di Israele e l’adesione alla risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che richiedeva il disarmo degli Hezbollah.
Israeliani, libanesi e palestinesi fuggono e si nascondono da una guerra che ha come campo di battaglia le case della gente. È bruciato di nuovo l’aeroporto di Beirut colpito quattro volte in sole 24 ore, l’ultimo l’attacco è stato il più dannoso perché ha distrutto il terminal dello scalo. A fuoco anche il quartier generale degli Hezbollah. E ancora, bombe sul tunnel Salim Salam che collega i quartieri centrali con l’aeroporto e il cavalcavia di Zaharani, dove risiede la più grande centrale elettrica nel sud. Sul fronte navale, un’unità della marina militare israeliana ha bombardato la città portuale di Tiro, e il vicino campo di profughi palestinesi di Rashidiya. Pronta la risposta. Una motovedetta israeliana sarebbe stata colpita dai razzi degli hezbollah: «È stata affondata». Secondo al-Jazeera ci sarebbero 4 dispersi. Ma Israele ha smentito: «Solo danni lievi, nessuna vittima».
I caccia israeliani ad est della capitale hanno distrutto il radar dell’esercito libanese a Hammana, a ridosso della strada per Damasco più volte colpita. Arteria importante perché rimane l’unica via fuga per migliaia di persone, tra cui anche turisti stranieri. A sud di Beirut, è stato invece nuovamente centrato il ponte sul fiume Aawali, all’ingresso nord del porto di Sidone.
La paura di un nuovo raid notturno schiaccia il governo libanese incapace di fermare la rappresaglia degli Hezbollah. «L’offensiva israeliana ha fatto più di 60 morti – ha detto Nouhad Mohmoud, ambasciatore libanese alle Nazioni Unite -: i raid sono una violazione flagrante di tutte le risoluzioni, leggi, convenzioni e costumi internazionali». Ma per Israele il Libano è un Paese in ostaggio degli Hezbollah. La Siria, che insieme all’Iran rappresentano i maggiori sostenitori del Partito di Dio, hanno debolmente chiesto ai militanti di fermare il lancio di missili contro Israele. «Il mio Paese non vuole essere coinvolto nel conflitto», ha affermato l’ambasciatore siriano a Londra Sami Kiwami che forse teme un ampliarsi del conflitto. Ma l’Iran è corso subito in aiuto dell’alleato e il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha avvertito Israele che un attacco contro la Siria sarebbe considerato come un attacco all’intero mondo islamico.
Si muove la diplomazia internazionale, il Medio Oriente guarda alla Casa Bianca, gli unici ad aver influenza su Israele. Ma Bush non fermerà lo Stato ebraico, ha chiesto però ad Israele di ridurre al minimo il rischio di vittime. «Smetteremo solo quando saranno soddisfatte le nostre richieste», ha detto Olmert al segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ha deciso di inviare una missione.
In direzione di Israele piovono razzi su tutta la Galilea, decine di feriti e decine di israeliani che trovano rifugio nella case di estranei pronti ad ospitarli. Naharya, Kiryat Shmone sono state raggiunte dai katyusha, e ancora Haifa dove ai residenti è stato consigliato di restare in casa lontani delle finestre. Obiettivo degli Hezbollah è il quartier generale dell’aviazione israeliana del Nord, sul monte Meron dove un razzo ha colpito una casa uccidendo una nonna e il nipote.
Non meno teso il secondo fronte, quello di Gaza. L’esercito israeliano si è ritirato dal settore centrale della Striscia dopo due giorni di operazioni nel sud che però non sono riuscite a impedire il quotidiano di lanci verso il Neghev, colpita a ripetizione Sderot.
Restano ora solo alcune unità, nella zona dell’ex aeroporto di Dahaniye, non lontano da Rafah dove i militanti palestinesi con un ordigno hanno abbattuto un pezzo di muro di confine con l’Egitto, un’onda travolgente di persone si è riversata nella striscia fermata dagli spari di un elicottero israeliano. Almeno 1500 persone sono riuscite a passare. Circa 5000 persone sono bloccate dall’altra parte da quasi dieci giorni, ammassate in condizioni disumane.

Giornalista di guerra e scrittrice

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