di Barbara Schiavulli

 

Un anno fa a Gaza quando i coloni evacuarono la Striscia lasciandosi alle spalle un cumulo di macerie, i palestinesi facevano progetti e alimentavano sogni. Ci si guardava intorno, in quel povero pezzo di terra sovrappopolato e si vedevano comparire quartieri residenziali, spiagge attrezzate e alberghi. Si parlava di un porto e perfino di un parco giochi. Gli esperti immaginavano la Singapore del Mediterraneo, i soldi degli investimenti sarebbero piovuti da ovunque. Dodici mesi dopo dei progetti non resta nulla. Il deterioramento della situazione dopo il rapimento del soldato israeliano, è solo la punta di un iceberg profondo che ha portato gli affari e le aziende palestinesi ad un trasloco nei paesi vicini. Gli affari hanno bisogno di un libero movimento delle merci, ma a Gaza i confini sono chiusi da giorni, a volte per settimane. I prodotti deteriorabili, come la frutta e la verdura, marciscono nei container sotto il sole in attesa di attraversare il confine di Karni per entrare in Israele. «Ogni giorno di chiusura significa che il settore privato perde dai 500mila ai 600mila dollari – spiega Hanan Taha, direttore esecutivo della Paltrade, un’organizzazione non governativa che rappresenta 250 aziende private palestinesi – la cosa migliore per chi vuole salvarsi, ma non certo per i residenti di Gaza, è che gli investimenti vengano trasferiti in Giordania o in Egitto». Nella Striscia molte ditte sono state chiuse, di quelle rimaste aperte, molte hanno ridotto l’orario di lavoro a causa della mancanza di elettricità, dovuta alle incursioni israeliane che hanno distrutto la centrale elettrica. Non tutti erano in possesso di generatori e in ogni caso, manca anche la benzina per farli andare. I palestinesi biasimano gli israeliani che chiudono il confine ogni volta che la tensione sale nei Territori. Gli israeliani se la prendono con i palestinesi che non fanno abbastanza per impedire ai militanti di lanciare i missili sul territorio israeliano. Il risultato è che i palestinesi che arrancano onestamente in una vita intrappolata tra i confini di Gaza, non ce la fanno. Ma se ci sono colpe, sono di entrambi. Della politica degli israeliani, ma anche di quella del nuovo governo di Hamas, che non è riuscito a contenere la corruzione, ad imporre la sicurezza e ad impedire che i sogni della Gaza di un anno fa, si sbriciolassero come le villette dei coloni. Avevano dato dei nomi alle terre che erano state evacuate dagli israeliani e su cui si dovevano costruire dei quartieri per dare un po’ di respiro ad un milione e quattrocentomila abitanti. I palestinesi hanno ammucchiato le macerie di 1500 case israeliane, dovevano essere portate via per lasciare spazio alle strade, non è mai successo. Alcune zone sono state occupate dagli sfollati, altre sono state trasformate in campi di addestramento per i militanti. Nell’ex insediamento di Rafiah Yam, solo qualche giorno fa era prevista un’operazione di pulizia, ma è stata occupata dai blindati israeliani. Da quella parti ci sono anche le serre che i coloni israeliani hanno venduto prima di andarsene. Le immense distese di fragole e gerani, esportate in tutto il mondo, erano una delle poche cose che si erano salvate dai bulldozer dell’evacuazione. Cedute dopo una faticosa trattativa ad un gruppo di investitori palestinesi sotto il controllo del controverso ministero delle Finanze, dovevano riprendere l’attività: hanno piantato fragole, peperoni, pomodori e grano per un valore di 20 milioni di dollari. Ma sono riusciti ad esportare solo il 10 % della produzione con un guadagno di soli 2 milioni.

Giornalista di guerra e scrittrice

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