Avvenire 

Barbara Schiavulli

Pugno di ferro e nessuna pietà contro i militanti legati ad al-Qaeda e a tutti quelli che hanno fatto scorrere sangue iracheno come i fedeli dell’ex presidente Saddam Hussein. Un ramoscello d’ulivo, una mano tesa per tutti gli altri, purché disposti a deporre le armi e ad entrare nei giochi politici. È questa la richiesta promessa del premier al-Maliki, deciso a concedere la grazia a tutti i gruppi che vogliono fare un passo indietro, ritirarsi dalla violenza, smettere di combattere contro l’occupazione. Perché di questo si tratta, al-Maliki, su insistenza dei partiti politici sunniti ha dovuto accettare un compromesso che è intriso del sangue di tutti gli altri che hanno subito violenza in Iraq: militari, giornalisti, diplomatici, cooperanti e contractor. Chi ha versato il sangue degli stranieri, chiunque essi fossero, verrà amnistiato. Non a caso le carceri si stanno già aprendo. Un duro colpo per la giustizia, ma anche, forse l’unico modo di strappare ad al-Qaeda la copertura di tutti i gruppi sunniti la cui lotta si intreccia con quella della rete del terrore. Una commissione dovrà decidere chi sono i "buoni resistenti", ovvero quelli che non hanno ucciso iracheni innocenti e hanno "solo" lottato contro il processo politico. Questi entro il 22 luglio verranno invitati ad un tavolo delle trattative. Tolti i gruppi legati ad al-Qaeda e ai baathisti, il premier al-Maliki potrebbe trovarsi a discutere con le "Brigate della rivoluzione del 1920", (un gruppo che trova ispirazione nella storia della lotta contro il colonialismo in Iraq), nel 2004 rivendicarono la responsabilità di diversi attacchi contro gli americani, tra cui l’abbattimento di due elicotteri. E poi, "Le Brigate della resistenza irachena", che ha preso le distanze dai seguaci di Saddam e si è reso responsabile di attacchi contro gli americani. E ancora, il Jaysh Muhammad (l’esercito di Maometto), ex baathisti con una nuova identità più islamica. E infine L’Avanguardia armata del secondo esercito di Maometto: jihadisti che combattono gli americani e che furono tra le organizzazioni a rivendicare l’attentato nel 2003 al quartier generale delle Nazioni Unite a Baghdad.

Giornalista di guerra e scrittrice

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