Nei cuori c’era ancora la sofferenza per la strage del 27 aprile, quando caddero quattro soldati. Forse lo stesso mandante

Di Barbara Schiavulli

Torna l’incubo della paura, strisciante, viscida, incombente. Ha il volto scuro degli iracheni, con il volto coperto da una kefiah e le mani abile di chi sa costruire una bomba. Ha il suono di un boato, del fragore della morte, e l’odore della carne che brucia tra le fiamme e le lamiere incandescenti.
Quando meno te lo aspetti, l’attacco, il colpo, l’orrore ha sqaurciato il buio di Nasiriyha. Mentre calava la notte schiacciata da un’altra giornata di caldo implacabile.
Doveva essere una scorta di routine, quella della pattuglia italiana che apriva la strada ad un convoglio logistico britannico diretto a Tallil. Un’altra delle solite strade. Invece il terribile bum ancora rimbomba nella testa dei sopravvissuti: un’esplosione, probabilmente uno di quegli ordigni piazzati che le milizie piazzano sul ciglio della strada. Qualcuno nascosto con un telecomando in attesa di quella pattuglia, una qualsiasi, affollata di soldati, senza nome per i terroristi.
Ci vuole poco perché la voce di una strage faccia il giro della base, dove trascorrono la serata un paio di migliaia di soldati italiani. Pochi giorni dal cambio del contingente della brigata Sassari, ce l’avevano quasi fatta e ora invece un altro fremito di dolore. Ancora negli occhi c’era la sofferenza della strage del 27 aprile, quando morirono quattro soldati italiani e uno romeno. Stessa dinamica, probabilmente stesso mandante.
Nasiriyha è una zona molto meno pericolosa di Baghdad o della provincia di Anbar, roccaforte della militanza irachena, dove vi sono decine di morti ogni giorno. Eppure neanche la capitale della provincia di Di Qar è tanto tranquilla. Gli italiani sono ben voluti dalla gente, che patisce e subisce una guerriglia irachena pronta a colpire e uccidere chiunque.
Un altro italiano morto, tre feriti, di cui uno gravissimo, si stringe il cuore dei soldati che dovevano solo trascorrere un altro giorno lontano da casa, si ricacciano le lacrime, si guarda avanti, alla mattina dopo dove tutto deve ricominciare, dove il lavoro non si può fermare. Come diceva il capitano Mele, portavoce del contingente, «si accetta il dolore e ci si rimboccano le maniche ancora di più», perché l’Iraq, anche oggi, avrà bisogno di aiuto.

Giornalista di guerra e scrittrice

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