Per la gente della capitale la sicurezza rimane l’emergenza primaria, così come è sempre più difficile assicurare protezione ai cooperanti

Di Barbara Schiavulli

Andare via o restare, lasciare gli iracheni a loro stessi o aiutarli a ricostruirsi quel Paese che la guerra ha messo in ginocchio a rischio della propria vita? In Iraq non esiste una risposta giusta. La maggior parte degli iracheni vuole vedere il giorno in cui i soldati stranieri, raccoglieranno i loro zaini, le loro «idee di democrazia», i loro scomodi scarponi per salire sugli aerei che li riporteranno a casa loro.
Lo desiderano, e un po’ si biasimano per dover riconoscere che senza la presenza di una forza militare straniera, non ce la possono fare. «Non possiamo fidarci di nessuno, la nostra polizia, quando non è finta è infiltrata di militanti, il nostro esercito è incapace. Ci uccideranno tutti o ci uccideremo tutti – dice Qais al Deeb, un ingegnere cristiano di Baghdad -; l’ideale sarebbe che arrivassero ad aiutarci le Nazioni Unite». Un buon auspicio che arrivi il giorno che contingenti pace, fatti di cooperanti, di organizzazioni umanitarie possano atterrare sul suolo infuocato dell’Iraq. Ma non sarà oggi e neanche domani. Basta guardarsi intorno, andare oltre alle mura di cemento delle caserme, della città verde, dei posti di blocco. Bisogna guardare oltre la canna di un fucile per vedere un Paese intriso di militanti, di bande, di fondamentalisti decisi a mantenere il caos, molto più di quanto la politica sia determinata a sistemare la situazione.
A Nasiriyah i soldati italiani se non sono amati, sono tollerati. Gli italiani piacciono con quel loro modo di fare mediterraneo più rispettoso che aggressivo anche quando indossano la divisa. Ma piacere alla gente, non rende più al sicuro. Lo sanno bene gli iracheni che muoiono ogni giorno a decine, lo sanno bene cooperanti, come Simona Pari e Simona Torretta, giornalisti, decine dei quali sono stati rapiti e a volte uccisi. Così come uomini di affari, camionisti, insegnanti, artisti. In Iraq niente è bianco o nero, ma ormai è tutto di un grigio scuro, come il colore dei palazzi sporchi dallo smog della capitale. Difficile immaginare un dopo guerra, una ricostruzione senza una presenza militare che garantisca la sicurezza.
Non è una caso che l’Iraq si sia svuotato di organizzazioni umanitarie, come non lo è, la presenza di 100mila addetti stranieri alla sicurezza privata che assorbono la maggior parte dei soldi stanziati per qualsiasi progetto, che vada dalla ricostruzione di scuole alla formazione dei politici. Baghdad a causa dei sabotaggi, è senza elettricità, ma arrivano sei ore di luce da Nasiriyah la cui centrale è stata sistemata dagli italiani. Un lavoro che avrebbero potuto fare degli ingegneri civili se non ci fosse il pericolo di essere sterminati.
Quella che in corso, non è più solo, se mai lo è stata, resistenza alle forze d’occupazione, ma è una campagna per distruggere la società civile irachena e tutto quello che la circonda, compreso l’aiuto internazionale. «Le vie della cooperazione e del peacekeeping sono infinite – ci ha detto Andrea Angeli, ex portavoce dell’Autorità provvisoria a Nasiriyah -. Ma bisogna stare attenti a provare forme di collaborazione non collaudate, specialmente in una situazione deteriorata come l’Iraq».

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “«Non possiamo fidarci neanche della nostra polizia»

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