di Barbara Schiavulli

 

 

I venditori di falafel di Baghdad non avrebbero mai immaginato di rappresentare una minaccia per la moralità pubblica. Eppure le tipiche polpettine di ceci che invadono le strade trafficate del Medio Oriente, in Iraq sono diventate “indesiderate”, così come l’alcool, la musica pop e i film stranieri, considerati teologicamente impuri da un sempre più crescente numero di zeloti islamici. Quello delle falafel è forse uno degli esempi più bizzarri quanto significativi, della trasformazione che sta subendo il paese, una talebanizzazione, un incancrenirsi dei divieti religiosi, un affondare nell’ignoranza per soggiogare una popolazione schiacciata dalla violenza. Da due settimane squadroni della morte, girano tra i banchetti di falafel ordinando ai venditori di chiudere. Molti di loro, all’inizio, ne hanno riso, fino a qualche giorno fa, quando due esercenti sono stati uccisi a sangue freddo. “Sono venuti e ci hanno detto che avevamo 14 giorni per andarcene. Ho chiesto quale fosse il problema – racconta Abu Zenab, 32 anni, mentre prepara le palline di ceci da far friggere nel pericoloso quartiere di Dora – ho spiegato che davo solo da mangiare alla gente, ma loro mi hanno risposto che non esistevano le falafel al tempo del profeta Maometto, e che quindi non ci dovevano essere ora”. Per i fondamentalisti dell’Islam l’epoca ideale era rappresentata da quella vissuta dal profeta e sono disposti a tutto, perfino ad uccidere per riportare indietro le lancette del tempo alle origini dell’Islam. “La prima risposta che mi è venuta in mente – continua Abu Zanab – è che non c’erano neanche i kalashnikov ai tempi di Maometto, ma poi ho pensato che era meglio stare zitto, non avevo di fronte persone con uno spiccato senso dell’umorismo e la vita di questi tempi è un bene che si perde troppo facilmente”. Il perché i venditori di falafel, siano finiti sulla lista nera dei militanti, e non quelli di kebab o della pizza, resta un mistero. Qualcuno azzarda dicendo che è uno dei pochi sapori che la cultura araba ha in comune con quella ebraica. Ma d’altra parte resta un’incognita anche il motivo per il quale gli uomini in pantaloncini sono considerati indecenti: dieci giorni fa, due giocatori e un allenatore della squadra nazionale di tennis sono stati uccisi, e minacciati alcuni della nazionale di calcio. Così come non piacciono le barbe tagliate a pizzetto o la maionese (un prodotto importato da Israele). Perfino la fiorente e cattiva abitudine di fumare è stata messa al bando almeno in un quartiere sunnita di Baghdad. Impossibile la situazione per le donne, ormai tutte, che siano musulmane o cristiane girano con il velo, le gonne si fanno sempre più lunghe e per loro, in alcune zone di Baghdad è vietato guidare, girare con uomini che non siano familiari, salire sugli autobus. Niente magliette con scritte in inglese, così come è vietato esibirsi per attori e ballerini. Fatwe, sentenze religiose sono state emesse contro insegnanti, poeti, pittori e omosessuali. Nel mirino anche i preziosi venditori di ghiaccio, in una Baghdad che raggiunge in questo periodo i cinquanta gradi centigradi, spesso senza elettricità, rappresentano un servizio essenziale per la popolazione. Quando due uomini dall’aspetto religioso minacciarono Akram Zidewi, un venditore di ghiaccio, il diciannovenne sorpreso pensò che la situazione era troppo ridicola per essere vera. “Due settimane fa era tornato a casa dicendo che era stato minacciato – spiega Ghassan, il fratello maggiore di Akram – mia madre lo ha pregato di lasciare il lavoro, ma lui si è messo a ridere, pensava fosse impossibile che potessero ucciderlo, ma due giorni dopo sono tornati gli hanno sparato un colpo in testa e con lui  hanno ucciso due suoi colleghi”. Nel frattempo se qualcuno in tutta questa vicenda è riuscito a fare buon viso a cattivo gioco, sono i barbieri: sommersi di lavoro da giovani ansiosi di liberarsi dei loro moderni pizzetti in vista di una barba più consona al rigore dell’Islam. Il mese scorso Mustafà Jowad è stato ucciso perché girava con un semplice pizzetto. “Dopo la morte di Mustafà, ho dai 20 ai 30 clienti al giorno che mi chiedono di raderli – dice Sinan al Rubei, un barbiere del quartiere di Adamiya – magari in giorno i mujahedeen, insisteranno a radere tutta la testa, allora sì che diventerò ricco”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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