“Crederò nel governo quando schiaccerò l’interruttore e si accenderà la luce, quando l’acqua che esce dal rubinetto non sarà marrone e quando non dovrò preoccuparmi che i miei figli tornino a casa da scuola in un sacco”. Kais Kabir, un ingegnere cristiano che vive a Baghdad, non dice nulla di diverso da quello che dicono tutti gli iracheni. Il governo appena insediatosi non solo dovrà tentare di fermare la violenza, ma dovrà guadagnarsi la fiducia e il rispetto del suo popolo. Dovrà fare breccia nel muro di paura che li circonda e strapparli dall’orrore che ha trasformato ogni giorno che passa in un incubo senza fine. O almeno fino ad oggi. “Al Maliki ci ha fatto delle promesse, prima di lui molti altri, non possiamo altro che sperare che questa sia la volta buona. Nessuno si fa illusioni”, dice Kais e i suoi colleghi che lo circondano annuiscono insieme a lui. Vivere in Iraq è come attraversare i gironi dell’inferno, comincia la mattina con un giro al mercato, in fretta e furia, perché la fine può arrivare di soppiatto da un momento all’altro. Può essere un ordigno piazzato sulla strada, un’autobomba, un giovane kamikaze. Può essere anche un poliziotto o qualcuno che finge di esserlo. Può essere un proiettile vagante o un pezzo di vetro. Nella camera mortuaria dell’ospedale di Yarmouk, uno dei principali della capitale, ci sono 2600 corpi non identificati. E’ diventato un luogo di pellegrinaggio, dove le donne cercano i loro figli scomparsi. Centinaia di migliaia di persone hanno lasciato il paese, chi può fugge, ognuno con le sue ragioni: chi perché si è sunnita, chi perché si è sciita, o cristiano, o un medico o un professore. L’Iraq civile e un po’ più benestante ha le valigie pronte. “L’unica libertà che ci ha portato questa guerra è quella di andarcene”, ripete con malinconia Kais. Negli ultimi 10 mesi, sono stati rilasciati 1,85 milioni di passaporti, (7%della popolazione), un quarto dei quali alla classe media. Nel 2004 il ministero dell’Istruzione ha compilato 39,554 lettere che permettevano ai genitori di ragazzi in età scolare di portare all’estero i loro registri scolastici. Nel 2005 le richieste sono raddoppiate. “Sono contento che ci sia un nuovo governo, anche se chiuso nella zona verde, non ho capito cosa possano fare, se uno di loro mette il piede fuori viene ucciso, è successo al vicepresidente Hashemi, in un mese gli hanno ucciso un fratello e una sorella. Non riescono a difendere neanche le loro famiglie. Siamo come pecore in un macello. Aspettiamo solo il nostro momento – dice Moktaq Razaq, un uomo d’affari sunnita che ha dovuto pagare un riscatto di 20 mila dollari per avere indietro la moglie rapita – non ho nessun tipo di protezione, non posso neanche chiamare la polizia perché sappiamo che sono le milizie sciite all’interno a infiammare le divisioni settarie”. Tra gli obiettivi del premier al Maliki, c’è la riforma di polizia ed esercito. “In un paese come questo serviva un ministro della Difesa e degli Interni, non sono riusciti a trovarlo, come possiamo credere che la situazione migliorerà?”, si chiede Razaq. Bande sunnite, milizie sciite, criminali, al di fuori della zona verde, la cittadella fortificata in cui pulsa il cuore della politica irachena, è il caos. I quartieri misti si stanno svuotando, la città sta cambiando aspetto. “Una volta per noi era un giorno trafficato quando avevano tre autobus che partivano in un giorno per la Siria o per la Giordania, adesso ne abbiamo dieci, e non sono turisti, è tutta gente che scappa”, spiega Karem Al Ana, il proprietario della compagnia di trasporti Tiger (Tigre). “Ombre e morti, questa è l’eredità che ci ha lasciato tre anni di guerra”, dice Eilen Bahjat. Ombre e morti.

 

Eco

 

Salah Rahman sembra contento di avere un nuovo governo. Lo dice ma poi si accorge di non crederci. “Vorrei poter vedere che questo è davvero l’inizio di una nuova era per nostro paese. Ma mi dispiace, non riesco a crederci. E’ più forte di me”, forse perché insieme a lui non c’è più suo fratello, ucciso dalle milizie sciite qualche settimana fa. Lo hanno rapito nel giardino di casa, vestiti da poliziotti, lo hanno torturato e poi buttato vicino ad un parco giochi per bambini. Forse Salah non riesce a credere in questo governo perché ha dovuto separarsi dalla moglie e dai suoi figli, li ha mandati in Giordania. Da quando si era sposato 12 anni fa non avevano trascorso una notte lontano l’uno dall’altra, ora sono più di tre mesi che non la vede. Forse non riesce a crederci perché ogni volta che entra in casa e schiaccia l’interruttore la luce non si accende, o perché non riesce a trovare la benzina, o perché una volta faceva l’insegnante e ora guida un taxi. “Forse mi ricrederò. Forse il premier al Maliki riuscirà a sorprenderci, ma non è riuscito neanche a trovare un ministro degli Interni e uno della Difesa”. Come non biasimare Salah o tutti gli iracheni che faticano a fare salti di gioia di fronte ad un governo fantasma, chiuso nella zona verde, protetto dagli americani e da quelle mura tanto alte che hanno impedito fino ad ora alla politica di avere qualsiasi effetto sulla vita quotidiana della gente. “Vita? Vuoi chiamarla vita quella che facciamo?”, mi dice Wassan, una bellissima ragazza sciita che ha avuto la sfortuna di innamorarsi di uno straniero, un addetto alla sicurezza sud africano, provocando le ira di tutte le persone che l’hanno sempre circondata. Wassan racconta di come sia difficile anche solo avere il coraggio di uscire a fare la spesa. “Una volta, quando succedeva una disgrazia, si diceva che si era nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma ora qualsiasi posto e qualsiasi momento è sbagliato, l’Iraq è sbagliato”, dice con la voce spezzata. Il premier sciita Al Maliki ha un duro lavoro da compiere, fermare la violenza, risollevare l’economia, ma soprattutto guadagnarsi il rispetto della sua gente che non sono solo quel 60% sciita, ma anche i sunniti, i kurdi. Deve trovare le risposte, e inventarsi un Iraq nuovo dove la gente possa cancellare l’immagine dei morti in strada, delle pozze di sangue, delle moschee bruciate, dei vetri che volano e della macchine che esplodono. “Sono esausto – dice Wassan– è come se tutto questo orrore ci risucchiasse”.  Quattro insegnanti sono stati uccisi negli scorsi dieci giorni nel suo quartiere. I suoi figli potrebbero non avere gli esami quest’anno perché tre insegnanti nella sua scuola sono stati uccisi in aprile. Niente istruzione, acqua, elettricità, anche le immondizie dominano la città, negli ultimi sei mesi sono stati uccisi 312 spazzini. “All’inizio ci dicevamo, aspettiamo, domani sara meglio. Ma ora non ci credo più, sussurra Wassan. 20 mila iracheni sono stati rapiti negli ultimi cinque mesi, molti sono tornati a casa dopo il pagamento di un lauto riscatto, molti vittime della violenza settaria, sono stati trucidati e buttati come se non valessero niente, altri ancora sono scomparsi. Ogni giorno davanti alle camere mortuarie degli ospedali della capitale, una fila silenziosa e singhiozzante cerca di farsi largo tra le bare. Donne con le foto in mano dei loro ragazzi e il cuore colmo di speranza, qualcuno li vuole trovare lì pur di placare il dolore che li perseguita da quando i figli sono stati portati via. Altri meno rassegnati sperano di non imbattersi nel volto torturato di uno dei propri amati, affondando sempre di più nella sofferenza di chi non sa. Il premier Al Maliki ha fatto promesse agli iracheni, un Iraq migliore, diverso, nuovo, più sicuro, ma, dice Wassan, “quello che gli chiedono gli iracheni è solo un po’ di tregua”.

 

 

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “Governo nuovo, iracheni disillusi

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