Di Barbara Schiavulli

Abu Saleh sapeva che prima o poi sarebbero venuti a prenderlo. Rimasto l’unico sunnita in una via centrale di Baghdad in cui risiedono solo sciiti, aspettava il momento in cui avrebbe dovuto affrontare la sua paura più grande, quella di essere rapito, torturato e ucciso e abbandonato in qualche discarica della capitale. Aveva pensato spesso di lasciare la sua casa. Non aveva abbastanza soldi per rifugiarsi all’estero, ma avrebbe potuto andare a Falluja o Ramadi, roccaforti della militanza sunnita e anche rifugi per migliaia di sunniti che hanno abbandonato Baghdad. Avrebbe potuto fuggire, ma non aveva avuto il coraggio di farlo. Aveva trascorso tutta la vita in quella casa, vi era cresciuto, da lì era uscito per il suo primo giorno di scuola, di lavoro, di matrimonio. A 60 anni non se la sentiva di ricominciare in un altro posto, non aveva figli da proteggere e tutto sommato, pensava di essere una persona per bene. Perché qualcuno avrebbe dovuto ucciderlo? Ma in una Baghdad agonizzante, non conta più quello che si è o si è stati: decine di cadaveri affiorano dalle acque del Tigri, affollano le camere mortuarie e le distese incolte di qualche isolato terreno. Abu Saleh, sapeva che il convoglio di macchine che con uno stridio ha frenato otto giorni fa davanti al suo palazzo e il frastuono dei colpi di kalashnikov, era per lui. «Non sapevo se fossero militanti, criminali o squadroni della morte, sentivo solo che erano qui per me. Tremavo, era la quarta volta quel giorno che invadevano la nostra strada – dice Saleh, con la voce spezzata e gli occhi colmi di lacrime – ho pensato: adesso muoio». Si è accasciato lungo la porta in un estremo tentativo di impedirne l’abbattimento. Poi, un’altra raffica e tutto è cambiato. Non proveniva dalle canne fumanti dei suoi assalitori, non erano neanche riusciti ad avvicinarsi all’entrata del palazzo, su, in alto, da quello che per Saleh fu il cielo, ma che per tutti gli altri era il tetto dell’edificio, i vicini schierati con le loro armi hanno risposto al fuoco. «Sono corso sul pianerottolo, mi sono affacciato e ho visto gente sui tetti, alle finestre, nei cortile che respingevano l’attacco – racconta -. In quel momento ho capito che la mia vita non sarebbe mai stata più la stessa. I miei vicini, quelli che temevo mi avrebbero tradito, si sono ribellati per me, non avrebbero lasciato vincere i cattivi. Ora so, che quando accadrà morirò in questa casa, tra i miei amici e tra i miei vicini. Non si può spiegare l’emozione che ho provato». Quella di Abu Saleh è una storia rara per Baghdad dove abitano sei milioni di persone, dove più di 100mila sono fuggite, dove ogni giorno ne muoiono decine. Nelle case accanto a quella di Saleh, si spalancano le porte dei vicini, e mani vecchie e giovani allungano tè caldi. «Non ne possiamo più – dice Ahmad al-Sadi, di 18 anni, uno dei "difensori" del palazzo -: si vestono da poliziotti, ci rubano la vita e la tranquillità, ma siamo pronti a difenderci, se stiamo sul tetto nessuno può entrare». Hajj Ali è d’accordo, ha 70 anni e nessuna intenzione di soccombere alla violenza: «Vengono ogni giorno, hanno già ucciso una persona. Non capiterà più, ci proteggeremo a vicenda». L’altra vittima del palazzo è stata il marito di Ansan Yasin che vive due piani sotto Salah. «Solo dopo la morte di mio marito, i miei vicini hanno deciso di organizzarsi», dice la donna con il volto velato e due bimbi piccoli tra le braccia. «Difenderemo insieme il nostro palazzo – incalza Saleh – e se moriremo sarà a testa alta, perché abbiamo scoperto di non essere soli».

Giornalista di guerra e scrittrice

5 Comment on “Abu Salah, una piccola storia di coraggio a Baghdad

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