BAGHDAD – Non si è fatto attendere a lungo, d’altra parte nelle nostre televisioni mancava solo la facciona barbuta del numero due di al Qaeda. Nel giro di una settimana, i tre moschettieri cattivi della Jihad si sono fatti vedere, in tre filmati diversi, ma più o meno con gli stessi messaggi di sempre. Prima Bin Laden, poi Zarqawi e adesso Zawahiri. Bisognava dare un’imbeccata ai combattermi, istigarli alla violenza, insinuarli un po’ di cattiveria subliminale. In fondo farsi un po’ di pubblicità a loro non costa nulla, basta girare i video in una qualità decente, e poi possono essere sicuri che i telegiornali del mondo faranno a gara per chi lo mostra per prima. La massima copertura possibile senza il minimo sforzo. Certo non deve essere facile comandare un esercito di integralisti da una grotta, ma l’aiuto che ricevono dai mezzi di comunicazione a rabi e no, fanno il lavoro più importante: quello di tenere coesa una comunità pronta a colpire. “La guerriglia irachena ha spezzato la schiena agli americani in tre anni di guerra”, dice Zawahiri, il dottore egiziano esaltando la militanza irachena. Parla di 800 kamikaze che hanno portato a termine le loro operazioni in Iraq. Un numero che fa impressione. Gli occidentali non si rendono bene conto cosa significhi avere un attentato ogni giorno, quasi sempre nella stessa città. E’ come se Bergamo fosse il centro di Baghdad e negli ultimi tre anni si fossero fatti esplodere centinaia di attentatori suicidi. Adesso forse fa più impressione. Ma a Baghdad è così, non ho mai incontrato nessuno che non avesse un conoscente o un familiare ucciso da una bomba o in un agguato. La società civile irachena, disprezza la violenza, eppure la guerriglia sembra prosperare. Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq deve sentirsi molto sicuro per mostrarsi a volto scoperto mentre spera in una spianata di deserto roccioso. Non si era mai mostrato in viso, tanto che molti se lo immaginavano morto, o senza una gamba. Era diventato un mito il cui volto era riconducibile solo ad una vecchia foto ritoccata al computer. Invece, in forma, robusto, armato, discute con i compagni sopra ad una mappa. In qualche modo si mostra più forte persino, di Bin Laden e del suo vice costretti a parlare circondati da nessuno, nascosti chissà dove lontani da qualsiasi forma di civiltà. La visibilità ha un prezzo: quello di una caccia più assidua e anche se non se ne parla molto, le truppe americane sono alla frenetica ricerca di Zarqawi. La zona di caccia è la provincia di Anbar, considerata la roccaforte della militanza sunnita. Passano di città in città e la gente che abita in quella zona non se la passa tanto bene. Molti sono vicini a Zarqawi, ma molti della guerriglia gli sono contro perché non approvano i suoi attacchi indiscriminati contro chiunque, quasi sempre civili iracheni. Ora è la volta di Ramadi. E’ stata chiusa l’acqua, è stata tolta l’elettricità, la gente di alcuni quartieri è stata invitata dai megafoni delle truppe americani ad andarsene. L’intelligence ritiene di aver scoperto dove è stato girato il video e sono pronti ad  una rappresaglia che fa tremare la terra, prima ancora che succeda. I benzinai sono stati chiusi, l’ospedale è stato chiuso, i pazienti gravi sono stati trasferiti a Falluja e molta gente ha cominciato il solito esodo che precede un attacco. Moriranno nell’ombra molte persone. Eppure i tre della Jihad continueranno ad andare in televisione ad istigare ad uccidere. Inviteranno ad allargare la loro guerra, come già hanno fatto nei giorni scorsi nel Sinai, sul Mar Rosso, e ci sarà sempre qualcuno a trasmetterli e qualcun altro ad ascoltarli. Tutti gli altri resteranno quello che sono, pedine che cadono, che aspettano e poi scompaiono. L’Iraq l’hanno scorso ha avuto 3500 attentati, vincendo il primato del paese più pericoloso al mondo. E può ancora essere peggio di così.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “BARBARA INVIATA TRA I VIDEO

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