Se fossimo in un mondo civile, io sarei in questo momento a Nassiriyah a raccontare quello che succede invece a cercare di immaginarlo con la fantasia per scrivere un pezzo che dignitoso non potrà mai essere. Cosa avranno mai da nascondere laggiù che non hanno voluto nessuno? Di sicuro non fanno una bella impressione a comportarsi come se fossimo la corea del nord. Se c’era un momento in cui gli italiani avrebbero voluto entrare nella base senza polemiche era proprio questo. Ma se fossimo in un paese civile, non un giornale non penserebbe di fare un’intervista ad un politico, per poi parlare con il suo portavoce e spacciarla come se fosse stata fatta al politico stesso. Se fosse un paese più civile, il giornalista andrebbe a casa e l’unica cosa che gli sarebbe permesso di scrivere sarebbe la lista della spesa.  Ma non è certo il primo, e di sicuro non è il solo. Lo sanno tutti, nessuno fa niente. A me è stato detto: "Ma ancora ti arrabbi?". SI, SI e ancora Si. Perché io sono qui in Iraq a rischiare il sedere.  E quando smetterò di indignarmi, cambierò lavoro. Sono stata fin troppo buona fino ad ora, Ieri avrei dovuto saltare su una macchina, prima che mi dicessero che i giornalisti non entravano e dirirgermi di corsa alla base. Avrei fatto un lavoro migliore invece di restare qui a scrivere pezzi su Nassiriya senza colore. So fare meglio di questo. Adesso me ne vado a nanna, sono distrutta, ho scritto cinque pezzi. Ho perfino dovuto dire di no ad un giornale. Che strazio. Vado a nanna, sono stanca.
 
Avvenire
La storia finisce quando arriva Saddam
 

BAGHDAD – Per i ragazzi iracheni, la storia finisce quando arriva Saddam Hussein. Non è una battuta, né un gioco, è una decisione presa dal ministero dell’Educazione. I ragazzi del dopo guerra che frequentano le scuole  superiori non studieranno nulla che ha a che fare con il regime precedente. I testi di Storia sono stati ripuliti degli ultimi trentacinque anni. Non c’è un riferimento alla caduta del rais o all’arrivo degli americani. Non c’è una parola riguardo all’invasione del Quwait nel 1990, e della guerra del 1991. Sparita anche la guerra contro l’Iran che, negli anni ottanta ha spazzato via un’intera generazione. La Storia dell’Iraq, per i ragazzi di oggi, finisce nel 1968, quando il colpo di stato portò al potere Saddam Hussein. “Vediamo il rais in televisione processato, ma non lo studiamo a scuola, è una sensazione un po’ strana”, racconta uno studente del Liceo al Mansur, considerato uno degli istituti superiori migliori del paese. Gli Stati Uniti, dal loro arrivo, hanno sponsorizzato la costruzione e il rinnovamento di quasi 3000 scuole irachene, hanno fatto corsi di aggiornamento a 55 mila persone tra insegnanti e amministratori e sotto la supervisione della commissione per la debaatizzazione hanno rivisto e riscritto milioni di testi scolastici che glorificavano 35 anni di dittatura. Decine di scuole dedicate a  Saddam, hanno cambiato il nome, e il corso di nazionalismo, la materia che insegnava l’ideologia del Baath è stata soppressa. Cancellati gli ultimi tre decenni, perché alcuni politici e insegnanti, sono convinti che questo creerebbe dei problemi agli studenti e ritarderebbe lo sviluppo della società irachena che deve affrontare un lungo periodo di trauma ininterrotto, qual è stato il regime di Saddam Hussein. Alcuni pedagoghi ritengono che le ferite provocate dal suo governo sono ancora fresche e la possibilità delle rappresaglie così reale, che ritengono sia meglio, almeno per il momento non affrontare con i ragazzi il problema. Entro l’anno verrà formata una commissione di esperti selezionata dal ministero dell’Educazione, che dovrà scrivere una nuova storia del recente passato iracheno che sia accettabile a tutti. Una sfida quasi impossibile, in un paese diviso da una lotta interreligiosa, senza contare, il rispetto dei fatti e della storia in se stessa. “Sarà molto, molto difficile rappresentare tutti i punti di vista, ma non si può far pensare che sia che la storia che riscriveremo parta da un punto di vista imposto dal più forte”, ci ha detto un Salah Abdul Rahman, funzionario del ministero della Cultura incaricato di formare la Commissione. “La storia la fanno i vincitori”, diceva Nietzsche. Non conosceva il “political correct” degli iracheni. “Il regime precedente usava la storia come ora di propaganda. Ora noi dobbiamo stare attenti, avere tatto, dobbiamo fare dei libri che siano accettabili sia per un curdo del nord, un bambino di Ramadi o una ragazzina di Bassora”, dice Rahman. A scuola non tutti sono convinti che sia la soluzione migliore. “Stiamo negando una parte di quello che è stato l’Iraq. Saddam è nella testa della gente, anche se viene cancellato dai libri – afferma Yahia Abbas, 53 anni, un’insegnante di storia della Al Mansur – non si possono far sparire 35 anni, né pensare di riscrivere la storia in modo da non traumatizzare i ragazzi. A loro vanno spiegate le cose con onestà. Capite le ragioni e i periodi. Nel bene e nel male. Che agli iracheni, piaccia o no, con il passato si dovrà imparare a convivere”.

 

 

AVVENIRE
guerra alla cultura
 
 

BAGHDAD – La guerra infinita che si combatte ogni giorno in Iraq, distrugge e cancella tutto. La società civile, le infrastrutture, le comunicazioni. Uccide anche i sogni. Soprattutto quelli dei giovani, le loro speranze racchiuse in un pugno di idee. Uccide i sogni degli artisti che negli ultimi tre anni hanno sfidato la morte e le minacce, convinti che la fantasia potesse sconfiggere la cruda realtà che li circonda. La violenza uccide la cultura, fa fuggire gli intellettuali, fa smettere la gente di pensare. La paura paralizza, costringe la gente a chiudersi in casa. E i mandanti della violenza, chiunque essi siano, prosperano nella crescente ignoranza e sfiducia di quella società sotto attacco che piano piano si sgretola. Si comincia dalle scuole, da quei bambini che non ci vanno più perché per i genitori, è giustamente più importante tenerli in vita, che fargliela rischiare per trascorrere qualche ora con il patema che potrebbero essere le ultime ore della loro vita. I bambini sono i primi a subire le conseguenze della guerra e “le loro piccole menti che assorbono come spugne, si trasformeranno in mattoni imbottite di idee religiose sbagliate, se non verrà presto fatto qualcosa”, ci dice Harith Gaylani, un professore di matematica all’università. Si prosegue alle superiori con gli stessi problemi, giovani adolescenti, pieni di rabbia e con tante armi a portata di mano. L’università una volta centro dello scambio culturale, base di partenza verso un mondo pieno di possibilità è diventato un campo di battaglia. Il fulcro delle divisioni settarie, dove i professori si nascondono dagli studenti e gli studenti diventano spie. Il dott. Khadem al Muqtadi, un professore sciita all’università di Baghdad, fa controllare sempre il parcheggio prima di andare alla macchina. Un suo collega, due settimane fa, è stato ucciso quando uno studente ha avvisato l’assassino del suo arrivo. Muhammad Jassem, un lettore sunnita all’università di Mustansiriya, qualche giorno fa colpita da due autobombe, è stato per ben due volte minacciato dagli uomini di Sadr, il leader sciita radicale, promettendo di ucciderlo se fosse rimasto. “Tutti i poteri che si scontrano in Iraq, stanno cercando di avere un posto nelle università – spiega Basil al Khateb, portavoce del ministero dell’Educazione Superiore – abbiamo 737 mila studenti. Ci sono scontri continui”. Dal 22 febbraio scorso quando venne colpita la moschea sciita di Samarra, e che diede inizio al periodo più intenso di violenza settaria, 2300 studenti hanno chiesto di essere trasferiti: i sunniti vogliono andare via dai campus nelle aree sciite e vice versa. Di solito, nell’arco di un anno non si ricevevano più di 200 richieste di questo tipo. “L’università paga il prezzo del caos politico”, afferma al Muqdadi che è convinto che prima o poi sarà ucciso anche lui. Storicamente l’università è stata sempre un luogo dove le culture e le religioni si mischiavano, un posto super partes, un’istituzione laica, ma dall’invasione americana, tutto è cambiato. Lentamente è stata tracciata una linea, che ha diviso un popolo. Molti professori si sentono impotenti, hanno perso il controllo dei loro studenti che spalleggiati dalle varie fazioni politiche o religiose, minacciano i professori. Alla facoltà d’ingegneria di Baghdad, da settembre non si fanno esami, perché i professori hanno paura. Il dott. Mouyid al Khalaf, un sunnita che insegna giornalismo, è nascosto in un luogo sicuro da quando tre uomini lo hanno minacciato, picchiato perché aveva criticato le milizie del Mahdi, l’esercito privato di Sadr. “La prima volta che mi hanno minacciato è stata il marzo scorso – racconta Jassem – mi hanno dato 48 ore per andarmene e io sono scappato in Giordania. Ma sono tornato perché non riuscivo a trovare un buon lavoro. Mi hanno subito ricontattato e non sono più tornato al lavoro”. Il ministero dell’Educazione sostiene che dal 2003 sono stati uccisi 89 professori, 311 insegnanti, 105 accademici. Solo a Baghdad. Per gli studenti non è molto diverso: “Come la situazione ora? E’ una dittatura vestita da democrazia”. Non è diverso neanche per medici, gli artisti, gli attori o i ballerini. Veniamo continuamente minacciati e uccisi perché gli ultreligiosi vogliono cambiare il paese liberandosi delle persone che cercano di far dimenticare alla gente della morte e della violenza che ci circonda”, dice Said Karem, un membro dell’Associazione degli Artisti. Molti fondamentalisti che riempiono le file dalla militanza, sostengono che la musica sia anti islamica, che la gente dovrebbe solo ascoltare i versi del Corano. Secondo loro il teatro, la televisione incoraggiano ad un cattivo comportamento. “Ci accusano d’immoralità, noi che cerchiamo solo di far divertire la gente”, insiste Kareem. Dal 2005, ottanti artisti in diversi campi sono stati uccisi, gli ultimi due, il 22 aprile scorso, giovani attori, sono stati colti in un agguato, partecipavano ad un festival per i bambini. Fuad Radi, 20 anni e Haid Jawad di 21, della compagnia della Famiglia Felice. “Continueremo a far divertire i bambini, fino a che l’ultimo di noi sarà ucciso”, ci dice Safa Eadi della stessa compagnia teatrale. “Il teatro una volta era la mia vita – afferma Yussef Ghadin, un attore e cantante di Baghdad – ma da quando due mie colleghi e amici sono stati uccisi, dalle milizie perché facevano un “lavoro demoniaco”, ho messo da parte i miei sogni”. E con lui tanti iracheni.

 
 
Avvenire
 

BAGHDAD – Arriveranno oggi le salme dei caduti di Nassiryah, alle 4 del pomeriggio a Ciampino. Tre bare coperte dalla bandiera tricolore, dopo un lungo viaggio appariranno dalla pancia del C130. Gli italiani li aspettano, ma l’addio dei loro colleghi l’hanno ricevuto ieri. Volti tesi e commossi. Lacrime ribelli che scendevano, altre trattenute, nasi rossi, braccia incrociate e muscoli tesi, non è facile salutare le persone con cui magari hai scherzato solo qualche ora prima, che il destino delle loro vite cambiasse, che il loro mondo s’infrangesse. Il capitano dell’ esercito Nicola Ciardelli, effettivo al 185/o Reggimento acquisizione obiettivi di Livorno, il Maresciallo Capo dei Carabinieri Franco Lattanzio, effettivo al Comando Provinciale Carabinieri di Chieti e Maresciallo Capo dei Carabinieri Carlo De Trizio, effettivo al Comando Provinciale di Roma, due giorni fa sono stati uccisi. Una granata perforante piazzata in mezzo alla strada. Un percorso che facevano sempre. Il loro ultimo viaggio. Quattro veicoli, uno solo quello colpito e devastato. Tre morti italiani morti e un rumeno. Sopravvissuto il carabiniere Enrico Frassanito, ma gravemente ferito, è stato subito trasferito in Kuwait. Ha ustioni sul 40% del corpo, una prognosi riservata, ma ce la farà, anche se non sarà mai più lo stesso. Il militare é seguito da un maggiore medico dell’esercito italiano all’ospedale di Kuwait City dove si trova ricoverato. Il comandante provinciale col. George Di Pauli tiene costantemente informata la famiglia ed è stato organizzato il viaggio a Kuwait City per il fratello di Enrico, Giuseppe Frassanito. Ci vorrà almeno una settimana prima che il ferito possa essere spostato e portato in Italia. Per  rendere omaggio alle tre vittime sono giunti alla base italiana il capo di Stato maggiore della Difesa, Giampaolo Di Paola, il comandante generale dell’Arma, Luciano Gottardo, il Capo di stato maggiore dell’esercito, Filiberto Cecchi e Fabrizio Castagnetti, capo del Comando operativo di vertice interforze, hanno partecipato alla messa in suffragio dei caduti, poi sono andati a visitare in Kuwait il ferito e sono tornati a casa. A Nassiriyah è rimasto solo il capo del Coi, che rientrerà a Roma oggi con lo stesso C-130 dell’Aeronautica militare che porterà a casa le salme dei tre italiani morti in Iraq. “Una visita – ha detto il Capo di Stato Maggiore della Difesa – finalizzata a far sentire la loro vicinanza al personale e, soprattutto, un "omaggio doveroso" ai caduti dell’attentato”. Una messa semplice, triste, non deve essere stato facile per i compagni che due giorni fa si trovavano insieme a loro, nei mezzi immediatamente davanti o dietro. Uno scherzo della sorte ha voluto che non toccasse a loro morire. E non è facile ringraziare il cielo di essere sopravvissuti davanti alle bare di chi invece è morto. Intanto frenetiche proseguono le indagini, due rivendicazioni al vaglio degli inquirenti, diffuse in Internet, quella dell’Armata Islamica in Iraq e quella delle Brigate dell’Imam Hussein,  diffuse in internet ed entrambe riconducibili ad Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq.   Che ci sia dietro il super ricercato, è convinto anche il pm Franco Ionta, capo del pool dell’antiterrorismo della procura di Roma. "Un’ipotesi praticabile – spiega il magistrato – e’ quella di gruppi locali sunniti alla ricerca di visibilita’ e autorevolezza per essere inseriti nella rete di Al Zarqawi cui e’ addebitabile l’attentato alla base Maestrale di Nassiriya del 12 novembre 2003 e cui potrebbe essere ricondotta anche la strage di ieri soprattutto dopo l’intervento pubblico del leader, segno piu’ di forza che di debolezza dal momento che egli ha mostrato di essere vivo, vegeto, libero e operativo".

 

 

Avvenire

Intervista (vera)

 

 

BAGHDAD – Alaa Maaki è un parlamentare sunnita ed esponente di spicco del Partito Islamico. Impegnato nelle trattative per la formazione del governo è contrario alla violenza, quanto alla presenza di militari stranieri sul territorio iracheno. “Le forze multinazionali devono lasciare l’Iraq, ma devono farlo in modo graduale quando la situazione sarà migliore. Siamo tutti addolorati per le vittime italiane, come quelle irachene che ogni giorno muoiono. La situazione in Iraq è sotto gli occhi di tutti, non c’è bisogno certo di spiegarla. Non siamo ancora pronti. Ci sono troppi problemi da risolvere. E c’è bisogno che l’Italia resti ancora, che non pensi di andarsene, fino a quando il nostro esercito sarà preparato. Fino a quando, potremo assumere il controllo di tutte le forze di sicurezza, quando ci saranno meno armi in giro. Il lavoro degli italiani ma anche di altri contingenti è importante per l’Iraq. E anche se se sappiamo che nel vostro paese ci sono molte discussioni a riguardo, vi chiedo di darci ancora un po’ di tempo, perché da soli non c’è la facciamo.

Gli americani vi fanno fretta, gli italiani vivono un momento di profondo dolore, quanto manca alla formazione del governo?

Abbiamo superato l’85% degli ostacoli. Lavoriamo per gli iracheni, ma sappiamo che l’interesse è internazionale. I posti principali sono stati assegnati, dobbiamo discutere la distribuzione di alcuni ministeri. Ci manca ancora poco, lo spirito e buono e stiamo lavorando velocemente.

Le rivendicazioni dell’attentato di Nassiriya sembrano condurre a Zarqawi e ci rimanda al mondo sunnita.

Non sono al corrente dei fatti, ma non escludo sia possibile. Ma non si deve generalizzare molti sunniti fanno parte della militanza, ma non tutti. Abbiamo fatto grandi sacrifici per essere qui. Lo stesso giorno in cui morivano i vostri soldati, è stata uccisa la sorella del nostro vicepresidente sunnita. Nel momento in cui noi siamo entrati in politica, abbiamo fatto una scelta che era quella di continuare a resistere, ma in modo non violento. Abbiamo accettato la presenza dei militari stranieri e abbiamo accettato di lavorare nel parlamento perché se ne possano andare in fretta. Gli italiani non si sono mai mostrati ostili nei nostri confronti, hanno portato lavoro, e hanno migliorato la città di Nassiriyah. Senza contare che, chiunque muore per l’Iraq, resta nel nostro cuore del nostro paese da qualsiasi parte provenga.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “BARBARA INVIATA TRA PROFESSORI E INCAZZATURE

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