di Barbara Schiavulli
Avvenire
 
Sono esausta. Una giornatine di quelle terribili. E doveva essere una di quelle tranquille, dove prima di tutto uscivo, andavo a trovare l’ambasciatore. Era cominciata bene, due caramba carini e simpatici, un panino alla nutella, poi la tragedia di Nassiryah. 1000 telefonate, collegamenti, corri di qua, di là, prepara la valigia rosa se si riesce a partire, disfa la valigetta rosa, perché tanto non ti vogliono alla base. Rispondi a tre telefonate insieme, intanto coordina i traduttori, spingi via gli iracheni che vengono a fare le condoglianze, parla con i giornali, con le radio, alcune delle quali non so neanche quali fossero. E poi insisti per andare in elicottero a nasseriya, ma continuano a non volermi, ma che siamo in Cina?. E intanto pensi anche che hanno ucciso la sorella al vicepresidente dell’Iraq, a cui avevano appena ucciso anche un altro fratello qualche settimana fa. Passerà inosservata. Oggi sono stati trovati altri 16 cadaveri a Baghdad, ma non lo ha detto nessuno. anche loro avevano una famiglia, e la voglia di vivere. Poveri morti tutti quanti, da ovunque vengano. Vorrei continuare a scrivere ma sono troppo stanca, a domani…
Barbara 
 
 
IL MESSAGGERO
 

BAGHDAD – Doveva essere una missione semplice, uno spostamento di routine come tanti se ne fanno. Si parte, si va e si torna. La solita strada piena di polvere che si è percorsa ogni volta era necessario negli ultimi tre anni. A sud ovest del centro residenziale di Nassiriyah. Ma questa volta non è stata come tutte le altre. La morte era lì, nascosta al centro della strada sterrata in una buca coperta dalla terra e dalla ghiaia. Una granata perforante, l’hanno definita gli esperti, che al momento sbagliato, il più sbagliato che potesse esserci, è scoppiata centrando in pieno una delle quattro camionette che stava correndo per andare al PJOC (Provincial Joint Operation Centre, la sala operativa integrata delle Forze di sicurezza della Provincia). Dovevano rilevare il personale in servizio al comando locale della polizia irachena. Non sono mai arrivati. La terra è tremata, il fumo ha oscurato il sole accecante che era già alto alle 8.50 del mattino. Il fuoco è entrato nella camionetta. All’esterno sembra appena danneggiata, dentro invece l’inferno ha fermato il tempo e strappato a colpi di fuoco le vite di quattro militari. Questione di un attimo, il capitano dell’esercito Nicola Ciardelli, del 185esimo battaglione dei paracadutisti di Livorno, il maresciallo capo dei carabinieri Franco Lattanzio, 38 anni di Pacentro (L’Aquila),  il caporale della polizia militare rumena, Bogdan Hancu, di 28 anni sono morti subito. Poco dopo, invece, è deceduto anche il maresciallo capo dei carabinieri Carlo de Trizio, 37 anni di Bisceglie (Bari) che era riuscito a raggiungere l’ospedale ma le sue ferite erano troppo gravi perché ci fosse qualche possibilità. Un solo sopravvissuto: Enrico Frassinito, 41 anni, di Padova, ha riportato ustioni su circa il 30% del corpo, ma ce la farà, portato in elicottero all’ospedale americano in Kuwait, riceverà tutte le cure necessarie. Mentre ancora il rumore del boato batteva nelle teste dei militari, mentre ricacciavano indietro le lacrime e la voglia di urlare, è stata subito avvisata la base, sono arrivati i soccorsi, la zona è stata sigillata, sono stati evacuati i corpi e i feriti e sono stati fatti tutti i prelevamenti per l’indagine che è già stata aperta dalla procura in Italia. La polizia irachena è andata casa per casa, per sapere, trovare, stanare. Sgomento nella base, sorpresa, dolore, lacrime silenziose, preghiere sommesse. Si sa sempre che una cosa del genere può succedere, ma si spera sempre che non accada mai. Già una settimana fa si era stati molto vicini ad una strage, quando era esploso un ordigno, questa volta piazzato al lato, non nel centro della carreggiata. Basso potenziale esplosivo, solo un mezzo leggermente danneggiato, nessun ferito. Poteva essere un avvertimento, migliaia sono le ipotesi che frullano nella testa di tutti soprattutto di quegli uomini che lavorano sul posto e che continueranno a fare quella strada maledetta. Due le rivendicazioni al vaglio dell’intelligence italiana: E quella dell’Armata islamica in Iraq e quella delle Brigate dell’Imam Hussein, diffuse in internet e entrambe riconducibili ad Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq, riapparso qualche giorno fa in un video in cui prometteva nuovi attacchi eclatanti. Forse solo le prime di una lunga serie, in quel groviglio di guerriglia e militanza che devasta l’Iraq. Gli iracheni, generalmente benevoli alla presenza italiana sul territorio, sono sconvolti dalla notizia. Molti si sono offerti di donare sangue, altri chiamano, telefonano, cercano di far sapere agli italiani, che il loro sacrificio non è vano e che il dolore è sentito. Ogni giorno gli iracheni muoiono a decine, sanno cosa significa perdere qualcuno di caro. “Dite alle famiglie degli italiani morti che noi siamo fieri di loro come lo siete vuoi”, ci dice Jacem, un operaio di Nassiryah contattato telefonicamente da Baghdad. Intanto, proprio ieri è stata uccisa la sorella di uno dei vicepresidenti iracheni, il sunnita Tarek Al Hashami, in un agguato in cui è stata uccisa anche la sua guardia del corpo. Hashemi, colpevole per gli insorgenti di aver ceduto alla politica e alla trattativa, sa bene cosa significa perdere qualcuno, neanche due settimane fa, gli hanno ucciso anche il fratello. A Nassiriya, una zona sciita relativamente tranquilla,  si fanno le prime ipotesi, c’è chi punta il dito contro gli uomini di al Sadr, il leader ribelle radicale sciita, noto per la sua ostilità verso le forze della coalizione, ma che si è precipitato a smentire qualsiasi coinvolgimento chiedendo però “un calendario di ritiro delle truppe straniere”. Ha incontrato al Maliki, il neo premier, andato in visita a Najaf, dal grad ayatollah al Sistani. Ad Al Maliki spetta il difficile compito di formare un governo, che significherebbe riempire il vuoto politico, cominciare a minare le strategie della violenza. La risposta della militanza è ogni giorno davanti agli occhi degli iracheni e dei soldati americani, più di tutti gli altri nel mirino di quegli ordini esplosivi piazzati sulla strada. E da ieri ancora una volta, una volta di troppo, sotto gli occhi addolorati degli italiani.

 

 avvenire
 
La violenza irachena spesso ci scivola accanto. Decine di morti ogni giorno, una lista di numeri e immagini che scorrono veloci nei televisori e tra le pagine dei giornali. Una violenza che indigna, che fa discutere, ma che non sempre fa scorrere i brividi lungo la schiena. L’Iraq è pur sempre tanto lontano. Poi accade qualcosa all’improvviso e tutto cambia. Un ordigno, un pezzo di plastica e ferro, l’hanno chiamata una granata perforante, ci trasporta in una terra polverosa, su una strada sterrata, sotto un sole cocente, immersi in dolore che non ci si aspettava di provare. L’Iraq diventa incredibilmente vicino, quando alle 7.50, tre militari italiani e un rumeno vengono dilaniati, un quarto sopravvive gravemente ferito. Il capitano dell’esercito Nicola Ciardelli, del 185esimo battaglione dei paracadutisti di Livorno, il maresciallo capo dei carabinieri Franco Lattanzio, 38 anni di Pacentro (L’Aquila), insieme  al caporale della polizia militare rumena, Bogdan Hancu, di 28 anni sono morti subito. Il maresciallo capo dei carabinieri Carlo de Trizio, 37 anni di Bisceglie (Bari) è deceduto in ospedale poco dopo. Il maresciallo aiutante Enrico Frassinito, 41 anni, di Padova ma residente a Sommacampagna (Verona), che  riportato con ustioni su circa il 30% del corpo, è stato trasportato in elicottero in Kuwait all’ospedale americano. I cinque viaggiavano insieme, lungo la strada a sud ovest del centro residenziale di Nassiriyah su una camionetta dei carabinieri, secondi di una colonna di quattro mezzi diretti al PJOC (Provincial Joint Operation Centre, la sala operativa integrata delle Forze di sicurezza della Provincia). Una strada percorsa spesso negli ultimi tre anni, una strada dove già altre volte avevano sfiorato la tragedia, senza mai andarci troppo vicino. L’ultima, sabato scorso, un ordigno sul ciglio della strada ha sfiorato un mezzo, danneggiandolo leggermente. Questa volta, li ha colpiti in pieno, con un ordigno particolare, piazzato al centro della strada proprio per non sbagliare. La camionetta ha fatto un balzo, a guardarla bene, sembra che abbia subito i danni di un qualsiasi incidente. E’ questa la forza di quella maledetta bomba: ha fatto un buco sotto, e mentre all’esterno non se ne vedono i segni, per qualche secondo dentro quel cubo nero di metallo con la scritta “carabinieri” in arabo, è scoppiato l’inferno. Un boato. Una colonna di fumo. Il panico dei passanti e poi la chiamata alla base. Una chiamata di aiuto, mentre i militari degli altri mezzi si gettavano verso i compagni feriti. Immediatamente sono arrivati i soccorsi dalla base militare italiani, ma anche gli iracheni, pronti a dare una mano. L’area è stata limitata e sigillata, in Italia è stata aperta un’inchiesta, mentre in Iraq si sono avviate indagini a tutto campo, è intervenuta la polizia irachena che ha perlustrato strada per strada, casa per casa. Mentre alla base italiana si consuma il dolore di una tragedia, gli iracheni chiamano, si offrono di donare il sangue, esprimono la simpatia per un contingente che mal visto non è mai stato. Anche la tv irachena non manca di darne la notizia, nonostante la scia di sangue iracheno che continua inesorabile a scorrere. Sullo schermo la bandiera irachena e quella italiana, una accanto all’altra, per un giorno i morti dell’Iraq sono nostri e nostri sono i loro. “Mi dispiace, mi dispiace tanto – ci dice Jasem un operaio – dite alle famiglie di questi uomini che rispettiamo il sacrificio dei loro figli, che siamo vicini, che non siamo tutti cattivi”. Nassiriya di solito è una zona tranquilla, «in realtà la situazione è sempre potenzialmente a rischio”, ha detto maggiore Marco Mele portavoce del contingente italiano,“la vigilanza, per quanto ci riguarda resta alta, è questo un colpo da ko e però ci risolleveremo. Ricordiamo che la nostra è una missione di sicurezza, umanitaria di collaborazione con le autorità locali per la convivenza civile e andremo avanti», dice Mele, mentre si cerca di capire chi può aver causato questo attentato. Gli uomini del leader ribelle al Sadr che si è affrettato a smentire un qualsiasi coinvolgimento, ma che resta uno dei più strenui oppositori della presenza straniera? Gruppi armati legati agli ex baathisti, guerriglia spiccia, al Qaeda? Due le rivendicazioni al vaglio dell’intelligence italiana: quella dell’armata islamica in Iraq e quella delle Brigate dell’Imam Hussein, diffuse in internet ed entrambe riconducibili ad Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq, riapparso qualche giorno fa in un video in cui prometteva nuovi attacchi eclatanti. Ma d’altra parte l’Iraq è un groviglio di malvagità che si fonde e si moltiplica, che ogni giorno colpisce gli iracheni, gli americani, i politici e la cultura e questa volta, ogni volta una di troppo, anche gli italiani.
 
ECO DI BERGAMO
 

BAGHDAD – Taher bussa alla porta. I lineamenti del suo viso sono tesi. “Devi dire agli italiani che a noi iracheni dispiace molto quello che è successo.  Dì che comprendiamo i motivi per cui gli italiani sono qui e l’aiuto che stanno dando. Non hanno gli stessi interessi degli americani, non ci guardano come se fossimo dei terroristi. Ma purtroppo oggi, dopo quello che è successo, lo siamo. Lo siamo ogni volta che qualcosa di male viene fatto a nostro nome. Che siano iracheni a morire o italiani. Dillo che ci dispiace. Dì che nessuno di noi vuole vedere questo paese affondare”. Arrivano, chiamano, gli iracheni si fanno sentire. Sballottati dalla loro violenza quotidiana trovano il tempo e lo spazio per aggiungere al loro dolore anche quello della perdita di tre italiani e un rumeno. “Siamo fieri di loro, anche se questa è una guerra ingiusta, gli italiani non mai stati cattivi con noi, stanno lavorando per la nostra città, hanno offerto impieghi agli iracheni, non abbiamo mai avuto la sensazione di essere disprezzati da loro”, dice contattato telefonicamente da Baghdad, Ali, che fa l’insegnante e abita a Nassiryah. Sono tanti gli iracheni che hanno voglia di esprimere il cordoglio, molti si sono offerti di donare il sangue, molte di dare una mano. C’erano anche loro, sulla strada quando l’ordigno è esploso, diversi passanti corsi sul posto e poi allontanati, quando i soldati hanno dovuto formare un cordone di sicurezza, sigillare l’area. Nessuno era felice, non ci sono stati inneggiamenti, come in altre occasioni sono stati visti con altri contingenti feriti. Nessuno è saltato sulla camionetta esplosa invocando ad Allah. Nassiriya ha imparato a conoscere gli italiani, che girano  pattugliando le strade, portando sicurezza. Parlano con i capi tribù, ascoltano i problemi della gente. Gli iracheni sanno che ai soldati italiani si può strappare un sorriso, e che solo il pericolo, li trattiene dal non comunicare di più con persone che li circondano, questo popolo tanto diverso, un po’ chiuso e un po’ diffidente che lotta strenuamente per sopravvivere. “Vorremmo che le forze della coalizione se ne andassero – dice Hussein Al Abi, un religioso uomo d’affari che viene spesso Baghdad ma risiede a Nassiryah,  – ma non così, anche se il mondo ci vede come animali che si ammazzano tra di loro, non lo siamo. Ci stiamo sforzando in ogni modo per far si che le cose migliorino. Vorremmo vedere un Iraq, dove gli italiani vengono in vacanza, invece che con i fucili in mano. E’ una brutta guerra ed è sporca. Noi siamo i primi a pagare tutti i giorni. Ma il sangue italiano non è diverso da quello iracheno. Quello dei soldati uccisi scorre nella nostra terra e ora sono parte di noi”. Tutti i telegiornali iracheni hanno dato la notizia, prima quella della sorella del vice presidente Tareq Hashemi, uccisa in un agguato a Baghdad, poi quella dei soldati italiani e del caporale della polizia militare rumena. In sottofondo nello schermo,  la bandiera italiana a fianco di quella irachena, un segno di rispetto che al Iraqiya la tv di stato non ha voluto mancare di dare. "I vostri morti sono i nostri morti, figli nostri uccisi da terroristi che nulla hanno a che fare con questa popolazione", dicono le autorità civili e militari di Nassiriya che hanno voluto trasmettere il loro cordoglio al generale Natalino Madeddu, comandante dei militari italiani in Iraq. Sono tanti, tantissimi gli iracheni toccati da questa tragedia. Ed è una cosa strana, quando ogni giorno muore almeno un soldato americano, quando contro di loro vengono detonati decine di ordigni. E’ come se per gli italiani avessero un affetto sincero. “Non so chi possa essere stato, ormai in Iraq, non si capisce più niente”, dice Abu Ali. Le indagini della polizia irachena sono partite immediatamente dopo l’attacco di ieri mattina, hanno interrogato i testimoni, perquisito case, andando di porta in porta. Due le rivendicazioni al vaglio dell’intelligence italiana: quella dell’armata islamica in Iraq e quella delle Brigate dell’Imam Hussein, diffuse in internet ed entrambe riconducibili ad Abu Musab al Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq, riapparso qualche giorno fa in un video in cui prometteva nuovi attacchi eclatanti. Ma la risposta degli iracheni a chi vuole uccidere il paese e chi lo aiuta, è stata quella delle persone per bene.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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