Oggi è venerdì, giorno di festa, non si esce. Non che gli altri giorni si faccia vita all’aria aperta!! Per Amjad il direttore del nostro albergo non è stata una bella giornata, è uscito questa mattina da casa sua per venire qua in albergo, ieri mi aveva chiamato per salutarmi, aveva saputo che ero tornata e voleva darmi il benvenuto. Stamattina è salito sulla sua macchina, il dicembre scorso mi ha tediato a morte per mostrarmi il suo gioiellino nuovo, di cui ovviamente non ricordo neanche il colore. Sul parabrezza c’era una lettera, l’ha aperta e dentro c’era un proiettile e un messaggio: sappiamo chi sei, se non ci dai 50mila dollari, ti uccideremo. Il povero Amjad, un vecchietto cristiano, avrò 60 anni, molto gentile, ha preso un colpo. Ha chiamato qui, e mentre riempiva tutte le valigie che aveva in casa, la sicurezza è andato a prendere lui e la moglie. Staranno qui fino a domani e poi partono per gli stati uniti. La moglie era sconvolta, continuava a dirmi che c’era tutta la sua vita nella sua casa, e io continuavo a convincerla, che invece era fortunata perché era accanto al marito vivo e potevano permettersi di andarsene. Brutta storia, eppure se ne sentono di continue qui in Iraq. Poveracci…va beh, vado a farmi  fare una pasta, così ci metto su il pesto che mi sono portata…yummi yummi
 
 

BAGHDAD- La telenovela politica irachena potrebbe giungere oggi ad una svolta. Nella pronuncia di un nome si cela il destino di questo paese schiacciato dalla violenza e dall’odio settario. Nelle strade non si parla d’altro, del governo che non c’è, dell’illusione di essere liberi, ma solo di essere inghiottiti nella spirale dell’orrore che impregna l’aria di Baghdad. Sparire nel nulla per poi essere ritrovati fatti a pezzi in qualche discarica, ben consci che l’unica colpa è di essere la persona sbagliata: un sunnita per gli sciiti, uno sciita per i sunniti. La caccia aperta e le prede sono le persone, i soldati, gli impiegati, i militanti. Non importa chi sei, ma solo che da parte stai. In questa atmosfera rovente, due giorni fa, il premier Ibrahim Jafaari ha deciso, dopo le forti pressioni a cui è stato sottoposto, di rimettere il suo mandato e lasciar decidere alla sua coalizione, l’Alleanza sciita, se vogliono ancora che lui guidi il paese per un secondo mandato. Quattro mesi fa in Iraq si tennero le elezioni parlamentari. Era una giornata tiepida di dicembre, i ragazzini giocavano nelle piazze, perché c’era il coprifuoco e le macchine non erano autorizzate a circolare. Milioni di persone si recarono ai seggi. Addosso l’abito buono, cacciando dalla mente la paura di un attentato, hanno scelto un parlamento di cui neanche sapevano i nomi dei candidati. Secondo la Costituzione, votata poche settimane prima, nel giro di due mesi si sarebbe dovuto formare il governo, si sarebbe dovuta ridiscutere la Costituzione perché i sunniti lo avevano chiesto come condizione per entrare in politica e farla finita con il boicottaggio che gli aveva tagliato fuori, poi la si sarebbe dovuta rivotare. Sono trascorsi mesi d’allora e niente di tutto questo, è successo. Prima le lungaggine burocratiche per la conta ufficiale dei voti, poi quasi subito il blocco sulle trattative per la formazione di un governo di unità nazionale. Sempre secondo la Costituzione il partito maggioritario in parlamento forma il governo se raggiunge la maggioranza. L’Alleanza sciita, che rappresenta il 60% degli iracheni, ottenne 128 seggi su 275, confermandosi la coalizione più votata, ma non abbastanza da poter governare da sola. L’unica scelta possibile era un governo di unità nazionale. Per formarlo bisognava che il parlamento votasse gli incarichi principali, quali il primo ministro, il presidente, rispettivi vice. Sciiti, sunniti, kurdi, scelti in modo proporzionale, per gratificare e rispecchiare la fisionomia del paese. All’Alleanza sciita formata da 7 partiti spettava scegliere il candidato alla presidenza: il febbraio scorso per un voto solo ottenuto grazie al sostegno di Muqtada al Sadr, il leader ribelle e radicale, al cui servizio ha una milizia alquanto attiva, vinse l’attuale e contestato premier al Jaafari. Il resto della coalizione perfettamente spaccata a metà non poté fare a meno di accettare il voto. Ma sunniti e kurdi, ognuno con le proprie ragioni si sono sempre rifiutati di rivedere al potere l’accigliato Jaafari. E d’allora è stata un’altalena di fallimenti, e una continua ricerca di soluzioni creative, quale un governo di emergenza proposto dai sunniti o un colpo di stato, un’idea attribuita da voci di corridoio all’ex premier Allawi, capo della lista laica, il più sconfitto di tutti anche se ha 30 seggi in parlamento. Non avendo una religione a cui attaccarsi, resta e viene tenuto fuori da giochi, nonostante sia sostenuto dagli americani. I kurdi non vogliono Jafaari perché non appoggia il federalismo, sistema su cui invece gli uomini del nord contano molto, vogliono nella loro regione autonoma la città petrolifera di kirkuk e niente altro. I sunniti che per trent’anni hanno governato con brutalità durante il regime di Saddam Hussein, si ritrovano concentrati in tre province centrali del paese roccaforti della militanza sunnita, le uniche che non hanno una goccia di petrolio, devastate dai combattimenti con le truppe americane. I sunniti non vogliono Jaafari perché sono convinti che lui appoggi, o se non altro tolleri, le rappresaglie contro di loro, la formazione di squadroni della morte gestiti dal ministero dell’Interno, le prigioni segrete scoperte dagli americani dove erano rinchiusi sunniti torturati e ridotti in fin di vita. L’ostinazione di kurdi e sunniti contro quella degli sciiti che non volevano rinunciare a Jafaari molto legato alle autorità religiose, ha fatto si che per settimane il paese rimanesse paralizzato. E non è solo una questione politica, fermi sono i ministeri, i progetti di ricostruzione e di sicurezza, la corruzione e il nepotismo imperversano e il costo della guerra o come si preferisce chiamare l’anomala e tragica situazione che si vive qui, continua a salire. A complicare ma con la maschera di chi cerca di facilitare, ci sono tutte le pressioni esterne, l’Iran sostenitrice degli sciiti, gli americani che vorrebbero trovare una scappatoia per uscire dal pantano in cui si sono infilati tre anni fa. “Dovete seppellire le vostre differenze e formare un governo in fretta”, ha detto, qualche giorno fa il presidente americano Bush. Lo stesso ha fatto il Grand Ayatollah al Sistani, la massima autorità religiosa sciita, l’unico uomo ad avere ancora in Iraq il potere di fare il bello e il cattivo tempo in Iraq senza neanche muoversi dalla sua casa di Najaf. Quelle tra ieri e oggi, sono state ore intense di discussioni, lobbismi, litigi e minacce, non è detto che l’Alleanza non confermi di nuovo la candidatura di Jafaari, in Iraq tutto è possibile, ma nei corridoi del potere si parla di due esponenti di spicco del partito Dawa, Jawad al Maliki e al adeeb. Ma a sunniti e kurdi si dovrà proporre un nome solo, magari prima della sessione del parlamento prevista per il pomeriggio. Il condizionale resta d’obbligo, troppi sono stati i rinvii di un parlamento che è riuscito ad incontrardi solo una volta dalla sua elezione. Gli iracheni restano in attesa e sintonizzati sui loro canali satellitari. Hanno bisogno di un passo avanti, anche se ben consci, che un nuovo governo non è la bacchetta magica per risolvere i problemi di questo paese. E’ solo l’inizio di una serie di ostacoli da saltare e che il nuovo governo dovrà affrontare. E qualunque sia la sua forma o il suo capo, sarà, comunque, debole, in pericolo e sotto pressione.

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Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “Barbara inviata tra i negoziati

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