Avvenire
 

BAGHDAD – Diecimila famiglie a Baghdad dall’inizio dell’anno hanno lasciato la propria casa per paura di essere uccise. Hanno fatto i bagagli e se ne sono andate perché nessun posto sembra più essere sicuro. Non basta una porta a fermare chi ha deciso di sbarazzarsi di un sunnita o di uno sciita. Muhammad sorride mentre racconta che sua madre prima di uscire da casa per andare al lavoro, gli ha chiesto se avesse con sé la pistola. Muhammad Hussein è un ingegnere di quarant’anni che non aveva mai toccato un’arma prima del 22 febbraio scorso quando a Samarra venne fatta esplodere una moschea. Aveva resistito, aveva voltato la faccia davanti all’orrore che lo circondava e poi si è arreso. Il quartiere in cui vive nella caotica Baghdad non è più pericoloso di altri, ha un solo svantaggio: è un quartiere dove per secoli sunniti e sciiti hanno vissuto l’uno accanto all’altro. “Quei tempi sono finiti, ora dobbiamo proteggerci, non farci uccidere e aspettare che la situazione migliori perché non può andare avanti così”. Sunniti e sciiti, l’uno contro l’altro, si odiano e si combattono, il confine tra difesa e attacco, è già stato troppe volte superato. Nel quartiere di sunnita Azamiyya fino alla notte scorsa echeggiavano le raffiche di kalashnikov, la gente è rimasta chiusa in casa, e ieri le vie centrali avevano tutti i segni di una dura battaglia. “Abbiamo deciso di organizzare delle pattuglie. Se un miliziano sciita o un commando mette piede qui combatteremo, moriranno loro o noi”, spiega Abdul Wahib che ogni notte trascorre 12 ore, insieme ad altri residenti per fermare ed eventualmente eliminare qualsiasi infiltrazione sciita. Di giorno vende materiale da costruzione e la sera si trasforma in un vigilantes. Un’agenzia del governo ha deciso pagare ogni membro del suo gruppo 50 euro al mese per proteggere i luoghi sacri. “Vorrei rimanere ma non posso. Questa città non mi appartiene più e io non sono il benvenuto”, dice Ali Kibir, uno sciita che abita nella parte sbagliata della città. Ha provato, senza successo a vendere o affittare la sua casa. “I miei bambini non vanno a scuola, mia moglie non esce di casa, non rispondo neanche quasi più al telefono per paura che qualcuno mi minacci di morte”. Le donne sciite sono identificabile dal loro tipico abbigliamento che le differenzia dalle sunnite. Sul muro del suo palazzo fatiscente e annerito dall’inquinamento, c’è una scritta spray rossa: “Via gli sciiti”. “Mi fido dell’esercito – spiega Abdullah, con un bicchierino di tè bollente che gli fuma tra le mani – ma la polizia, ha gli squadroni della morte, catturano i sunniti li torturano con fili elettrici e poi li uccidono”. L’esercito iracheno a differenza della polizia è sotto il controllo del ministero della difesa diretto da un sunnita. Le cose non migliorano per gli sciiti. Anche nei loro quartieri si sono formati gruppetti di osservazione. A Jihad, Jawad Kadhim, 25 anni, guida un gruppo misto, diverse etnie, tra cui anche cristiani. Le famiglie che vogliono essere protette pagano al gruppo 5 euro al mese per la loro guardia. “Per favore non chiedetemi se sono sunnita o sciita, non voglio che ci siano questi distinzioni”, dice Jawad. Per loro è difficile capire chi siano i militanti e chi le forze dell’ordine, soprattutto quando spesso la guerriglia sunnita usa le uniformi dell’esercito. “Ho sempre pensato che Saddam fosse il nostro unico problema che una volta eliminato lui, saremmo stati il paese libero che tutti sognavamo – dice Muhammad – ma forse il problema non era solo lui, ma il mostro che abbiamo dentro i noi”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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