Ho il raffreddore. Maledetta aria condizionata. Roba da non credere, uno viene in Iraq, sfida la guerra per raccontare una storia e cade sull’aria condiziota. Uffi. Oggi ne ho combinata una delle mie. Per circa un’ora ho perso il telefonino italiano. Ho girato mezzo albergo, non è che si vada molto in giro. Ho chiamato il numero e mi ha risposto un iracheno. Per mezz’ora ha sostenuto di essere a Bassora e quello era il suo numero e io gliene ho dette di tutti i colori tramite uno della reception che mi traduceva. Morale, sono tornata in camera, ho trovato il telefono, e ho scoperto che se da un telefono iracheno chiamo il mio numero italiano, risponde uno a Bassora. Il poveretto stava davvero a Bassora…Mah. Ho battutto l’ingegnere iracheno delle dirette a Baggamon. E’ una specie di affronto essere battuti da una donna, inutile dire che ho fatto in corridoio la danza della vittoria!!!!
Bene bene, me ne vado a cena
 
Avvenire

BAGHDAD – Gli iracheni sono esausti. E’come se la violenza lentamente li consumasse dentro, come se fosse diventato ogni giorno più faticoso sopravvivere. Alcuni sono scappati abbandonando la propria casa, molti hanno preferito comprare armi per difendersi, altri hanno deciso che l’unico modo per sopravvivere in una Baghdad schiacciata dalla violenza settaria, è perdere la cosa che più di qualunque altra ci distingue dagli altri: il proprio nome. Sunniti contro sciiti, intrappolati in una città dove per secoli hanno vissuto insieme, dividendo sconfitte, ma anche le gloriose gesta di un passato lontano che ha fatto la storia del mondo. Hanno lo stesso sangue, lo stesso colore della pelle, pregano rivolti nella stessa direzione sottomettendosi allo stesso Dio. Eppure, oggi, più che mai, si odiano. Un odio condito di disperazione e di paura. Una rivalità politica più che religiosa che nasce ai tempi della morte del profeta, quando la piccola comunità musulmana si divise su chi dovesse succedergli. Uno scisma che ha spaccato un popolo e che ora viene usato per uccidere. Sunniti e sciiti, a meno che si conoscano, non si distinguono l’uno dall’altro. Tranne che per il nome. E in questa Baghdad polverosa ed esplosiva, dove non si può neanche fare una passeggiata o scambiarsi un’occhiata amichevole, è diventata una questione di vita o di morte. Quella carta d’identità che si è costretti a tirare fuori ad ogni posto di blocco, ad ogni entrata di un ufficio, può essere la tua condanna a morte se hai il nome sbagliato. Una volta, durante il regime di Saddam, era quasi impossibile cambiare nome, ora ci vuole non più di un mese per perdere la propria identità, a favore di un nome e cognome neutrale, uno di quelli che vanno bene sia per sunniti che per sciiti, come può essere Muhammad. I nomi sono scelti dai genitori, ma in genere i cognomi provengono dalla tribù a cui si appartiene, quindi per cambiarlo, prima di iscriversi al Registro di Stato, bisogna ottenere il consenso della nuova tribù. E’ un po’ come farsi adottare, scivolare via dalla propria storia, ricacciare chi si è in un cantuccio della memoria. “Ho cambiato il mio nome in Abdullah perché la vita è più preziosa del mio nome”, spiega uno studente universitario sunnita che fino a qualche settimana fa si chiamava Omar. Omar fu il terzo successore di Maometto nella genealogia sunnita, un nome che uno sciita non avrebbe mai. Così Ali diventa Osman e Omar diventa Hussein, sperando di riuscire a sopravvivere nel proprio quartiere dove le scritte sui muri ordinano a l’uno o all’altro di andarsene, dove gli squadroni della morte, vanno casa per casa, trascinando via persone che riappariranno cadaveri nelle discariche. Hassan Al Mossawi, un negoziante sciita, non nasconde quanto sia stato difficile decidere di cambiare il nome, ma ha una famiglia da proteggere. Vive nel quartiere sempre meno misto di Dora, dove ogni giorno vengono scoperti cadaveri di persone legati e imbavagliati, colpevoli solo di essere dalla parte sbagliata di chi in quel momento ha il “coltello dalla parte del manico”. Un coltello che penetra nel cuore della gente, gli toglie la vita e adesso anche il nome.

Giornalista di guerra e scrittrice

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