di barbara schiavulli

Eco di Bergamo

Baghdad – Solo la forza della natura riesce a congelare per un momento la violenza che esplode in Iraq. Due ore di pace giunte dal nulla interrompono i rumori della guerra, della paura, della sconfitta. Per chi abita qui i sintomi sono subito chiarissimi: la temperatura che scende, il vento che sale e si gonfia, il cielo che colora di giallo. Poco e poi, arriva la tempesta di sabbia, imponente e fragorosa. Quella che tiene gli elicotteri a terra, quella che blocca le minacciose intenzioni della guerriglia, quella che costringe gli uomini a correre presto a casa e le donne a ritirare il bucato appeso sui balconi. Arrogante e spavalda è come una nebbia che ti entra dentro, una polvere gialla che arriva ovunque, che ti avvolge costringendoti a trovare rifugio dietro ad un muro, nella macchina o in qualche portone dimenticato aperto. Si ferma l’aeroporto, si fermano i politici che d’altra parte oltre a dare tante delusioni agli iracheni non riescono a fare. Meglio la tempesta di sabbia almeno c’è un motivo per lamentarsi per qualcosa di diverso. Non fa una bella figura la politica irachena, paralizzata da quattro mesi sul nome di quello che dovrà essere il candidato a primo ministro. Quello attuale, lo sciita Ibrahim al Jafaari, non vuole mollare, nonostante sunniti e curdi non lo vogliano. Loro lo ritengono incapace di affrontare l’emergenza della violenza, lui sostiene che non se ne andrà perché così vorrebbero gli americani. Il suo partito il Dawa, forte nella coalizione sciita, maggioritaria in parlamento è confuso. Un giorno dice di essere pronto a fare un altro nome, per mettere a tacere tutte le divergenze, poi si stringe attorno al suo Jaafari promettendo di non abbandonarlo fino a quando lui stesso non deciderà di farlo. Situazione grottesca in un Iraq dove la gente quattro mesi fa ha rischiato la vita per andare a votare 275 membri. “La tempesta dovrebbe portarseli via tutti – dice Said Biyan, 24 anni, cameriere di un hotel del centro della capitale, laureato in ingegneria, non è riuscito a trovare un lavoro migliore – noi lavoriamo dalla mattina alla sera, rischiamo la vita ogni volta che da casa andiamo o torniamo dai nostri uffici e i nostri politici guadagnano tempo, per rubarci più soldi che possono”. Duro il commento di Said, ma che non si discosta molto dal pensiero dei suoi colleghi o del resto della città. Se c’è una sola cosa che in questo momento unisce gli iracheni è il disgusto verso il proprio apparato politico, con una differenza, qui non si ha né il tempo, né voglia di preoccuparsene, bisogna sopravvivere, trovare i soldi per mangiare o per il petrolio che serve per far partire i generatori di chi può permetterseli. “E’ più facile fare un buco in giardino e trovare il petrolio, che trovare una lattina di benzina che non venga dal mercato nero – continua Said che ha un certo senso dell’umorismo anche se mentre lo dice non stava affatto sorridendo – non so neanche bene cosa significhi un governo di coazione. Quello che so è che da quando è arrivata la democrazia, improvvisamente noi non siamo più un solo popolo, siamo sciiti, sunniti, curdi, e per qualche strano motivo quando si incontra qualcuno non si è mai della religione o della etnia giusta. Non che rimpianga Saddam, ma un governo schizofrenico e assetato di potere, non è diverso da un dittatore pazzo”. Non è facile andarsene a zonzo per Baghdad, anzi non si può proprio farlo, perché il rischio di essere rapiti, non è neanche più un rischio per uno straniero, è quasi una certezza. Perduto chi viene scoperto. Agli iracheni per bene, questo dispiace: l’Iraq da sempre terra di passaggio, prima dell’arrivo di Saddam, non aveva mai negato ad un forestiero una chiacchierata, una discussione magari davanti ad un caffè arabo. L’Iraq non è mai stato affollato di stranieri come adesso, eppure nella più totale mancanza di comunicazione. Oriente e occidente massicciamente e forzatamente nello stesso posto senza che s’incontrino mai se non per combattersi. “Basta, basta vi prego, non ne posso più”, dice un vecchietto sdentato nel caffè Shahbandar, uno dei posti ostinati, dove la gente ancora si incontra. Per lo più anziani, che non hanno niente da perdere se un giovane kamikaze, senza la memoria di cosa sia l’amore per la vita, un giorno o l’altro entrasse per ucciderli tutti. “Siamo vecchi e pronti a morire, ma non adesso, non ora, non voglio che il mio ultimo pensiero rivolto al mio paese è che sia stato e sia diventato cattivo”, dice un altro che ha tutte le caratteristiche di un nonno che sta per raccontare una storia di quelle che accompagneranno nella vita. “Un detto turco dice: nessuno ti ama più di tua madre, e nessuna città è più bella di Baghdad”, sussurra il vecchio. Verrebbe voglia di sedersi accanto a lui lasciandosi riempire dalle vecchie storie, forse leggende di quando Baghdad era un posto confortevole. Ma nessuno ascolterà la sua storia, almeno oggi, nessuno la scriverà, è troppo, troppo pericoloso restare un minuto di più.

Giornalista di guerra e scrittrice

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