di barbara schiavulli

AVVENIRE

 

 

Baghdad – Mariam con una mano solleva lo strascico del suo vestito bianco e con l’altra si appoggia a suo marito Harry. Si sono appena sposati, trascorreranno tre giorni di Luna di miele in un albergo super blindato di Baghdad. L’ospite che ospitava l’unica suite è stato contento di rinunciarvici per darla a loro. “Non vi sembrerà il momento migliore per sposarsi – dice Mariam avvolta dal tulle, ma anche da un sorriso felice che non riesce a trattenere– ma ci conosciamo da tanti anni, prima abbiamo aspettato che arrivasse la guerra, poi che finisse, poi è cominciata la violenza quotidiana, se avessimo aspettato il momento giusto, non sarebbe mai arrivato. Se devo morire, sarà tra le braccia di mio marito, ormai ho già 25 anni”. Mariam viene da una buona famiglia iracheno armena, ha perso il fratello un anno fa, in un attentato. Una felicità mai completa, sembra il destino degli iracheni. Molti vorrebbero fuggire per non affrontare la realtà che li circonda, i problemi quotidiani, quelli politici, quelli settari. Si cullano nelle piccole cose buone che li circondano, da un bel film che riescono a vedere in una giornata in cui c’è elettricità, alla telefonata oltre confine di un familiare. La gente sfida la violenza aggrappandosi alla straordinaria normalità. Un Iraq affogato nel sangue tende a nascondere il sorriso della gente, che però non vuole arrendersi. Ci si alza ogni mattina, si guarda una città che brucia dal sole e dalle esplosioni e si tira avanti. Si preparano i figli, gli si raccomanda di non parlare con gli sconosciuti che possono rapirli o ucciderli, ma a scuola li si manda, perché devono imparare, il futuro è nelle loro mani, anche se, chi resta a casa muore di paura finché non vede i piccoli musetti sporchi di humus (crema di ceci) rincasare. Si continua a lavorare o a cercare di farlo, anche se gli stipendi sono bassi e si rischia di essere uccisi lungo la strada o rapiti nel proprio ufficio per qualche centinaio di dollari. “Quando ho l’acqua non è calda e quando non c’è lo sono costretta a usare un secchio”, racconta Salma una parrucchiera di Karrada. Il suo negozio è sempre pieno di donne che si fanno belle anche se non hanno nessun posto dove andare. E’lì che la frivolezza si da appuntamento, ma soprattutto la voglia, tipica delle donne del mondo, di non abbruttirsi davanti allo zoppicare di un paese devastato. Non fanno pettegolezzi, non leggono riviste, ma parlano della sicurezza, di come sopravvivere ai mariti e alla guerra. A qualche chilometro di distanza al teatro di Baghdad è in corso un festival dedicato ai bambini: loro sono i protagonisti oltre a qualche attore adulto. Bimbe con il tutù, ragazzini travestiti, il teatro ogni sera è pieno di mamme e papà che sfidano il terrorismo per andare vedere recitare i loro figli. Due settimane fa, Fuad Radi, di 20, and Haidar Jawad di 25 due giovani registri sono stati uccisi durante un agguato, ma lo spettacolo va avanti, anche per loro. “Stiamo cercando di dare ai bambini un’occasione per sognare, per sfuggire al clima di paura che regna sulla città”, ci ha spiegato Awatef Naim, uno degli organizzatori. “Qualcosa di buono nella mia vita?”, si chiede grattandosi la testa, Said, un negoziante nel cuore commerciale della città, ma anche uno luoghi preferiti dal terrorismo per attentati e rapimenti. “Il mio bimbo appena nato. L’ho chiamato Muhammad, così nessuno potrà mai distinguere se è sunnita o sciita. Ha dei grandi occhi neri, delle ditine piccole piccole e un futuro glorioso davanti a sé”. Said si lamenta della difficile vita in Iraq, ma s’illumina quando parla del suo bimbo. “Magari un giorno sarà presidente, ma non come Saddam”. Al Caffè Shahbandar gli anziani si incontrano ogni giorno come hanno sempre fatto, solo la morte può impedire a uno di loro di andare al quotidiano appuntamento con gli amici. “Io sono felice quando riesco ad ottenere la fotocopia di un libro, in giro non se ne trovano più, ma ogni tanto ce ne capita qualcuna tra le mani, è allora per me è una festa”, racconta Salah Al Deeb, un insegnante in pensione. Samiah Ilamdi, fa l’assistente sociale e per molte donne è un’eroina. Lavora in una casa protetta, un posto dove le donne irachene, maltrattate e torturate, di solito dai mariti, si nascondono. “Non c’è molta gioia tra queste mura”, racconta Samiah, ma si sbaglia: le donne che le sfilano accanto, hanno perso quel lampo di paura negli occhi che accompagnava la loro vita. “Mio marito mi picchiava: in un anno, mi ha rotto un braccio, due costole e uno zigomo. Lo perdonavo perché è dovere di una moglie, perché per gli uomini sono frustrati. Ma, prima o poi, mi avrebbe ucciso – racconta Rania (non è il suo vero nome) – qui ho imparato a non accontentarmi, a pensare che il mondo che mi circonda è abbastanza brutto da non dover soffrire anche in casa. Merito qualcosa di più e di meglio”. Meritano qualcosa di più anche gli iracheni, quelli che nessuno conosce, la gente normale. “Ce lo devono i nostri politici –dice Samiah – che non vogliono mettersi d’accordo. Ce lo deve l’America. Ce lo devono le personalità religiose musulmane che ci hanno diviso in sunniti e sciiti, per comandarci ancora”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: