Eccomi di nuovo a Baghdad. Si scende dall’aereo dopo il solito atterraggio a spirale e il caldo afoso avvolge come una coperta. Una bella sensazione, era tanto che aspettavo l’estate, le mezze maniche, i pantaloni leggeri. Poi la solita strada verso l’albergo, di fianco a me, un kalashnikov, mentre Sam, il capo della sicurezza dove alloggio, mi dice che la situazione è peggiorata dall’ultima volta che ero qui. Mi chiedo se sia possibile, e qualora lo fosse quale sia il limite che questo paese può sopportare. I negozi sono aperti, non c’è gente in giro a piedi, ma il traffico sembra non diminuire mai. Si cammina a passo d’uomo, confusi tra la gente locale, che non sa che tra di loro c’è un’estranea giunta a raccontare a fatica le loro storie. Avrei voglia di spalancare i finestrini, di riempirmi gli occhi con i colori guastati dall’inquinamento dei palazzi di questa città. Ma non posso farlo. Non si può fare niente. Lo accetto, è il prezzo che si deve pagare per essere qui. Per molti è una pazzia, per me è un privilegio, cercherò delle storie, sarò la voce debole di questa gente. Anche se sono stanca sistemo tutto l’apparato elettronico:internet funziona, ho l’acqua calda in bagno, spengo l’aria condizionata, saluto tutte le vecchie conoscienze che stanno in albergo- E’ un po’ come tornare a casa, sembrano tutti così contenti di vedermi, "sei rimasta una delle poche che ancora si interessa a noi", mi dice un cameriere che raramente mi ha rivolto la parola. Vedremo quello che si può fare, so già tutto quello che non posso. Le raccomandazioni sono giunte da ovunque. "Non ti fidare di nessuno", è la parolda d’ordine, come se prima mi fidassi di qualcuno. Povero Iraq.
 
 
ECO DI BERGAMO
In pieno centro di Baghdad non è facile incontrare qualcuno che sappia chi sia Donald Rumsfield. Il ministro della Difesa americano, uno degli architetti della malaguerra irachena, può dormire sogni tranquilli, a nessuno qui importa di lui. Anche se da più parti ritenuto responsabile delle aberranti violenze subite dai detenuti iracheni da parte dei soldati americani o della gestione fallimentare della guerra, il dito degli iracheni non fa che puntarsi sui soliti ignoti, i militari statunitensi, quelli che per la gente non hanno faccia o nome, ma che solcano da tre anni le strade irachene. “Il ministro della Difesa ha tollerato la tortura? Il dramma è aver fatto una guerra su una bugia, di aver diviso il paese, di averci reso nemici gli uni degli altri, di aver reso questa città un campo di battaglia – dice Muhammad Obeidi, un negoziante, una volta ingegnere, che ormai apre per mezza giornata, perché non c’è molta gente in giro. L’eredità di una guerra non finita, o appena cominciata impregna le strade della capitale, schiaccia la vita della gente, la mette al muro con una canna di pistola puntata alla tempia. Che sia quella di un soldato o di un militante, non importa. In ogni caso, spara e uccide. Nulla conta più in Iraq, ma soprattutto a Baghdad, prima di tutto il rispetto per la vita, poi tutto il resto. Regna la paura, e all’interno di questa la gente si muove come spettri in una città accecata dal sole. In un mondo a parte, all’interno della fortificata zone verde, il nuovo Parlamento a quattro mesi dalle elezioni, continua a riunirsi senza decidere mai nulla. “E’ una beffa, ci prendono in giro, abbiamo rischiato la vita per votarli e loro non si sono presi neanche la briga di formare un governo”, dice Ali, un addetto alla sicurezza disgustato da quello che accade. Rischia la vita ogni giorno, colpevole secondo la guerriglia di complicità con gli americani. “Potrei morire in qualsiasi momento, e nessuno saprebbe il perché”, spiega Ali con uno sguardo amareggiato. Per molti non è facile capire quello che sta succedendo negli Stati Uniti, tutte le polemiche contro Rumsfield. In Iraq la tortura fa parte del tessuto sociale,lo era con Saddam, è continuato con gli americani, per gli iracheni che forse all’inizio hanno creduto che sarebbero stati liberi, ora credono sia stato solo una passaggio da un dittatore locale ad uno più profondo: può avere le sembianze dei politici del mondo che ha fatto guerra all’Iraq, ma in realtà è un mostro con tante teste, diviso così come la popolazione irachena, con un po’ di Bush, un po’ di Zarqawi, un po’degli iraniani, un po’ degli iraniani, un po’ di tutte le brutture che vogliono tenere il paese in ginocchio. “Lasciateci in pace, non può andare peggio di così”, si insinua qualcuno nel discorso su quello che sarà l’Iraq del futuro, anche se per la gente è difficile immaginarlo. Nessuno aveva pensato che sarebbe finita così, in bagno di sangue quotidiano, nell’odio reciproco. Girano i vigilantes, aumentano le armi, diminuisce il lavoro, la voglia di ricominciare. Un paese senza speranza è uno Stato pericoloso e gli iracheni vorrebbero fuggire il più lontano possibile, abbandonare la torrida estate arrivata in anticipo, l’amaro odore dello smog che impregna il traffico iracheno, abbandonare l’idea che la soglia del baratro sia stata superata da un pezzo, anche se nessuno ha il coraggio di ammetterlo. A che scopo poi? Non farebbe alcuna differenza, così come non la farebbe per gli iracheni, sentire che, prima o poi, il ministro della difesa americano è stato costretto a dimettersi. “Lo licenziano per aver fatto quello che probabilmente gli hanno ordinato? – dice Muhammad Obeidi – A noi non placherà certo la sete di giustizia, che qui, nel nostro paese non si è ancora mai vista e che spesso si confonde con la vendetta”.
Barbara Schiavulli

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “Barbara inviata tra voli e strade irachene

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