Tahara divenne padrona di se stessa solo dopo aver perso tutto. Suo marito le tagliò il naso con un paio di forbici prima di buttarla fuori di casa. Credeva lo avesse tradito con un altro uomo. Sbagliava, ma allora poco importava, la voce girava per il paese e lui era stato investito dal disonore. «Quando nasci femmina, prima appartieni a tuo padre, poi a tuo marito, tu non conti nulla», ci disse nascosta in una casa protetta in Pakistan. Le avevano ricostruito il naso, la bellezza di una volta poteva ancora essere intuita, ma il dolore e la vergogna che si aprivano nei suoi occhi erano ben più profondi delle sue cicatrici.
Cinque anni dopo non tanto lontano, a Multan, centinaia di donne sono scese in piazza per manifestare per i loro diritti. In testa al corteo, c’era Mukhtaran Mai. Era stata stuprata da una banda su commissione del consiglio tribale del paese, che voleva punire suo fratello per una relazione clandestina con una donna di un altro clan. Mukhtaran ha gli stessi grandi occhi carichi di dolore e ha scelto di mostrarli al mondo. Un mondo quello del Medio e Vicino Oriente che ancora uccide le donne se non indossano un velo (Iraq), che le manda in prigione se baciano un uomo in pubblico (Indonesia), che non le fa votare (Oman), guidare (Arabia Saudita), che le vende come mogli per pagare un debito (Afghanistan).
Schiacciate dalla tradizione, dall’inasprirsi del radicalismo religioso, dall’orrore della guerra e, soprattutto, dall’ignoranza degli uomini che spesso le vedono solo come corpi senza dignità, viene da chiedersi come facciano. A testa bassa, spesso nascosta da un velo, o da una parrucca come le ortodosse ebree, stringono i denti, ingoiano bocconi amari. Ma non stanno zitte. Usano il cicaleccio tipico delle donne, che gli uomini non sanno decodificare e li sfidano: professoresse che in Iran insegnano di nascosto i classici della letteratura occidentale, imprenditrici che in Arabia Saudita dirigono aziende, deputate che in Iraq sono entrate in Parlamento, attiviste che in Giordania sono riuscite a far abolire la legge a tutela degli uomini macchiatisi di delitti d’onore. «Ho dovuto chiedere il permesso a mio marito prima di candidarmi», ci ha detto Nana Albiye. La neoparlamentare palestinese, sposata con un tassista, ha convinto lui, e convincerà altri.
Ci sono delle eroine in quei Paesi, persone che hanno sacrificato la loro vita per un’idea: scrittrici, insegnanti, testimoni, come la fotografa ZaHara Khazemi, torturata e uccisa in Iran. Ma sono solo esempi eccellenti di una lista sempre più lunga fatta di madri che cercano di salvare le loro figlie e i loro figli da padri violenti. «Dovete essere senza paura. Non dormite più fino a che i nostri problemi saranno risolti», ha detto ieri Rajaa Al Gurg, una donna d’affari saudita al Forum delle donne che si è riunito a Dubai. Il mondo gira in modo diverso quando le donne diventano indipendenti.
Spesso negli ambienti femminili più conservatori le donne occidentali sono viste come poco di buono. Noi inorridiamo davanti alle oppressioni che sopportano e taluno vorrebbe donare loro le strategie delle nostre battaglie. Ciò però le umilia ancora di più. Vogliono essere ascoltate, capite, non chiedono l’elemosina delle nostre conquiste. Vogliono vincerla loro, la battaglia, sapendo però di non essere sole. Furono le coraggiose donne afgane, sotto il regime talebano, a fare uscire le uniche immagini di lì mostrate al mondo. Ora sono tornate a scuola, però indossano ancora il burqa. Ma a Kabul come in tante altre capitali rappresentano la speranza dei loro Paesi.

Giornalista di guerra e scrittrice

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